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Nel dolore si conosce un amico: l’Albania invia in Italia medici e infermieri

L'Albania invia in Italia 30 tra medici e infermieri per aiutare l'Italia travolta dal dramma coronavirus.

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È ormai evidente agli occhi dell’apparato amministrativo e dell’opinione pubblica che il sistema sanitario è particolarmente provato dall’emergenza Covid-19. Negli ultimi giorni il ministero della salute ha cercato prima dei medici e poi degli infermieri per rinforzare il personale sanitario presente in Lombardia. Molti aiuti sono giunti anche da altri paesi tra cui la Cina, la Russia e Cuba. Si tratta di paesi che non appartengono all’unione europea ma che hanno dei legami affettivi piuttosto che culturali con il nostro paese.

L’Albania decide di darci aiuto

In questi giorni molti storcono il naso proprio in considerazione della miopia e dell’assenza delle istituzioni europee che paiono ancora una volta figlie di quel particolarismo nazionalistico e di quegli interessi egoistici che hanno portato il vecchio continente a perdere il ruolo guida del mondo, spostandone di fatto il baricentro. Proprio in questi giorni però il nostro paese si può rendere conto di avere altri amici anche al di la dei confini comunitari. L’Albania ha infatti deciso di inviare in Italia dei rinforzi per il personale medico e sanitario. Il primo ministro albanese Edi Rama, ha infatti deciso di inviare a brescia 30 tra medici e infermieri per cercare di dare manforte ai colleghi Italiani che proprio in Lombardia vedono la loro linea del fronte.

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Le parole toccanti del premier Rama

Il premier Rama ha avuto parole molto toccanti per l’Italia:

Lo so che a qualcuno qui in Albania sembrerà strano che trenta medici e infermieri della nostra piccola armata in tenuta bianca partano oggi per la linea del fuoco in Italia. So che trenta medici e infermieri non risolveranno il rapporto tra la forza micidiale del nemico invisibile e le forze in tenuta bianca che lo stanno combattendo sulla linea del fuoco da quella parte del mare. Ma so anche che laggiù è oramai casa nostra da quando l’Italia e le nostre sorelle e fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania versava in dolori immensi.

Il premier albanese non dimentica ciò che l’Italia ha fatto per l’Albania

Il premier Rama ha quindi dimostrato di non aver dimenticato la solidarietà che il nostro Paese ha sempre garantito, in maniera formale e sostanziale, a tutti i vicini e gli amici che ne facevano richiesta. Chi ha qualche anno sopra la trentina può facilmente ricordare le immagini della nave Vlora, che l’8 agosto del 1991 arrivò a Bari con a bordo 25 mila albanesi e la scena in cui un carabiniere che mostrava una mela con migliaia di persone che la reclamavano.

La solidarietà non ha confini geografici

Nel corso degli anni il dibattito politico e quello popolare si sono alternati sull’eccessiva permissività del governo italiano verso l’immigrazione albanese. Talvolta i migranti provenienti da Durazzo sono stati additati come criminali e parassiti che venivano a cibarsi dei nostri alimenti. Alcuni di loro hanno poi commesso dei reati ma è sempre sbagliato, irrazionale e ingiusto identificare un’intera popolazione con un membro solo che commette uno sbaglio. Dibattito politico e chiacchiere da bar a parte, il gesto del governo albanese e le parole pronunciate dal primo ministro Rama, hanno dimostrato che il bene ha una sua ragione d’essere e che non va perso.

Rama ha infatti proseguito nel suo messaggio al popolo italiano:

È vero che tutti sono rinchiusi dentro le loro frontiere, anche Paesi ricchissimi hanno girato la schiena agli altri, ma forse perché non siamo ricchi ma neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà.

E come avrebbe detto Santa Teresa di Calcutta: “Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno.” Oggi più che mai l’oceano ha bisogno di queste gocce che possono contribuire a fare la differenza.

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di Domenico Di Sarno

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