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Cassazione contro Cannabis Light: ecco cosa sta succedendo

Abbiamo parlato con Gianluigi Trivisonne, proprietario del marchio Hemp Act ed esperto del settore, per farci spiegare cosa succederà agli Hemp Store dopo questa sentenza e le prospettive per l’immediato futuro.

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Ore di grande agitazione per il mondo della cannabis light in Italia. Ieri la Cassazione ha deciso che la legge non consente la vendita dei prodotti “derivati dalla coltivazione della cannabis”, come l’olio, le foglie, le infiorescenze e la resina. La legge n.242 del 2016 qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa, delle varietà per uso a fini medici. Secondo quanto si legge nel testo

Integrano reato le condotte di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della ‘cannabis sativa L.’, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante.

Saranno i giudici di merito, di volta in volta, a valutare quale sia la soglia di “efficacia drogante” che rientra nei parametri del consentito. Cosa vuol dire davvero questa sentenza? Che non possono essere venduti olio, resina, infiorescenze e foglie di cannabis sativa, quella che viene chiamata comunemente light, perché la norma sulla coltivazione di questa pianta non li prevede tra i derivati commercializzabili. Chi li vende commette un reato, tranne nel caso in cui questi prodotti “siano in concreto privi di efficacia drogante“. Il punto è tutto qui. Nei negozi si trova già cannabis a bassissimo contenuto di THC, la sostanza che viene considerata stupefacente, ben sotto i limiti imposti dalla legge.

Cosa succederà adesso?

In linea teorica, secondo questa sentenza, le forze dell’ordine potrebbero sequestrare nei negozi i prodotti vietati e denunciare chi li vende. Ci sono oltre 1000 hemp store in tutto il paese che rischiano di veder dimezzata la loro possibilità di vendita e commercio, o addirittura la chiusura. Fino ad ora la vendita della cannabis light rientrava nei parametri della legge sulla coltivazione della canapa perché nell’elenco delle parti commercializzabili della pianta non ci sono fiori, l’olio e la resina, che i coltivatori buttavano via. Per quanto riguarda il THC, la sostanza considerata droga, nella cannabis light ne è presente una quantità inferiore ai limiti di legge oltre i quali le sostanze si considerano stupefacenti. La stessa Cassazione ha affermato che sotto lo 0,5%, il THC non è droga. Come dicevamo i prodotti in commercio sono nettamente al di sotto di queste limite.

Abbiamo parlato con Gianluigi Trivisonne, proprietario del marchio Hemp Act ed esperto del settore, per farci spiegare cosa significa questa sentenza, cosa succederà agli Hemp Store e le prospettive per l’immediato futuro.

Cosa comporta davvero questa sentenza e come influirà su questo settore in piena espansione?

Sostanzialmente non è cambiato quasi nulla da quello che era la legge. La Cassazione ha solo dichiarato che tutto quello che non è psicotropo si può vendere. Rimane tutto regolamentato dalla legge per gli stupefacenti che parla dello 0,5% di  THC:  quindi tutto quello che rimane al di sotto di questo valore non è considerato stupefacente. Quello che stanno mettendo fuori legge sono i prodotti che superano lo 0,5%.

Noi del settore siamo tutti preoccupati: prima ci hanno dato la libertà, abbiamo prodotto PIL, servizi e fatto girare l’economia ma sopratutto abbiamo creato posti di lavoro. Ora, dall’oggi al domani, vorrebbero eliminare tutto questo. Abbiamo intenzione di appellarci alla Corte Europea perché un’azione del genere è anticostituzionale: c’è una legge rispettata e seguita da tutti i paesi dell’Unione, in tutta Europa si vendono i fiori di Canapa. Se si guarda con attenzione la legge 242 ci si accorge che vengono menzionati i derivati della canapa, anche il fiore è un derivato a tutti gli effetti e non può essere messo fuori legge. Quello che potrebbe non essere più consentito è l’olio: per estrarre l’olio occorre un procedimento che insieme al CBD estrae anche il THC. La problematica è rappresentata proprio dallo smaltimento di quest’ultimo. Secondo le dichiarazioni del Ministero della Sanità non abbiamo i mezzi per smaltire il THC, quindi in Italia le estrazioni non sono consentite. 

Il problema in poche parole è questo, ora stanno organizzando un censimento e occorrerà aspettare qualche giorno per conoscere gli sviluppi. Noi ovviamente non ci fermeremo, anzi ci stiamo organizzando con le associazioni per far sentire la nostra voce. Abbiamo contribuito a creare moltissimi posti di lavoro, a produrre 150 milioni di euro e a ridurre del 14% i ricavati delle mafie che gravitano in questo settore. Ma la cosa più importante è che stiamo facendo del bene alle persone, non è un prodotto stupefacente ma una risorsa terapeutica. 

Come vi state muovendo per far fronte a questa situazione?

Noi eravamo già pronti a questa evenienza, infatti i nostri prodotti hanno un valore massimo di THC pari allo 0,43%. Non abbiamo alcuna preoccupazione. L’unica cosa che potrebbe creare problemi sono gli eventuali abusi di potere da parte delle autorità: in una città come Roma è difficile ma nelle città più piccole sono situazioni che potrebbero verificarsi, basti pensare al caso di Macerata. Non siamo preoccupati anzi quello che vogliamo è una regolamentazione ben precisa, vogliamo che lo stato ci tuteli perché paghiamo le tasse, e le paghiamo per un prodotto che non è nemmeno classificato nella maniera giusta. Se fosse classificato correttamente come fiori recisi dovremmo pagare solo il 4% di IVA, invece paghiamo il 22%. La nostra richiesta è semplice: corretta classificazione del prodotto, regolamentazione e leggi chiare e univoche.

La problematica più grande, come spesso avviene in questo settore, è il terrorismo mediatico che però a noi porta tanti clienti in più, tutti preoccupati per una possibile chiusura delle attività. Ci stiamo impegnando per fornire un servizio serio e utile per i cittadini nel rispetto della legge vigente, vorremmo che le istituzioni lo capissero.

Leggi anche: La rivoluzione della Canapa continua e a Roma ci pensa Hemp Act

di Martina Mugnaini

 

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