venerdì, Luglio 10, 2020

Italiani e psicofarmaci, perché lo Xanax non sostituisce lo psicologo

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Tonia Samela
Tonia Samela
Tonia Samela, nata a Potenza nel 1994. Psicologa Clinica e Dottoranda di Psicopatologia del Comportamento, attualmente conduce la sua attività di ricerca a Roma. È attiva nella promozione della salute e nella divulgazione scientifica del sapere psicologico.

Negli ultimi anni in Italia l’uso di psicofarmaci è aumentato di quasi l’8%. È quanto emerge dai dati pubblicati dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). La maggior parte delle volte il farmaco prescritto è un antidepressivo o un ansiolitico.

Gli ansiolitici in particolare, della classe delle benzodiazepine, sono i farmaci in assoluto più usati al mondo, dopo i comuni anti-infiammatori, a fronte però della popolazione di chi si rivolge ai servizi psichiatrici che rimane sempre molto esigua.

Questi farmaci hanno infatti un’estesa area clinica di utilizzo. Sono i farmaci più prescritti da un elevato numero di medici: le prescrivono non soltanto i neuropsichiatri ma anche specialisti di altra branca come i cardiologi e i ginecologi. Molte delle prescrizioni sono inoltre elargite dai medici di base, spesso senza la richiesta esplicita di un consulto psichiatrico. Non mancano poi i casi ─ elevatissimi ─ di assunzione spontanea su consiglio di familiari o conoscenti, senza alcun controllo medico. Questo sembra essere un malcostume consolidato e non soltanto in Italia.

A questo proposito gli psichiatri delle Università del Michigan e della Pennsylvania hanno pubblicato uno studio su una importante rivista internazionale riscontrando che un adulto americano su quattro al quale vengono prescritte benzodiazepine per varie indicazioni, finisce per farne un uso cronico.
L’uso cronico di benzodiazepine non rientra all’interno di nessuna buona prassi di cura, non dovrebbe essere praticato e soprattutto si configura automaticamente come abuso, anche a fronte degli effetti di tolleranza e astinenza che queste sostanze provocano se utilizzate in modo incauto. Gli autori dello studio hanno infatti calcolato che per ogni 10 giorni in più di utilizzo rispetto ai tempi di prescrizione, il rischio di un uso di benzodiazepine a lungo termine arrivava quasi a raddoppiare nell’anno successivo.

L’altro grande problema legato all’uso scorretto delle benzodiazepine è che molti degli utilizzatori di questi farmaci a lungo termine non ricevono questa prescrizione per un problema di sindrome ansioso-depressiva; al contrario, molti di loro si rivolgono al medico di base lamentando dei disturbi del sonno. È vero, le benzodiazepine hanno effetti ipnoinducenti, tuttavia questa categoria di farmaci non è indicata nel lungo periodo per questa tipologia di disturbi, anche perché nel lungo termine possono peggiorare la qualità del sonno, interferendo con il normale ritmo circadiano e “rompendo” il naturale avvicendarsi delle fasi di sonno rem e ristorativo.

Le linee guida internazionali suggeriscono che, nel caso in cui la sintomatologia sia esclusivamente circoscritta all’insonnia, occorre ricevere delle indicazioni di trattamento dagli specialisti (neurologi, psicologi, psichiatri) che lavorano nei centri del sonno, realtà ormai molto comuni in molti ospedali del territorio nazionale.

L’uso corretto e consapevole delle benzodiazepine consiste invece nel loro impiego nel trattamento delle fasi acute di sindromi ansiose. Esse sono costituite da varie manifestazioni, tra cui anche l’insonnia. In questo caso è importante che questi farmaci siano prescritti dal medico specialista e che si rispettino i dosaggi e i tempi indicati dalla prescrizione. Infine è fondamentale che il medico guidi il paziente nell’ultima fase della terapia, ovvero nel momento in cui occorre sospendere l’uso di questi farmaci. A causa degli effetti di abituazione che queste sostanze hanno è necessario infatti scalarne il dosaggio secondo tempi stabiliti dal medico, in modo da evitare spiacevoli effetti collaterali e ricadute, oppure fenomeni di dipendenza e paure irrazionali legate alla mancanza di queste sostanze.

È sempre importante ripetere, infine, che il trattamento farmacologico delle sindromi ansiose è solo uno step, tra l’altro non sempre necessario, del cammino necessario per indagare le motivazioni psicologiche legate ai sintomi che si manifestano o, nel caso in cui queste siano già note, per imparare a correggere i comportamenti che alimentano e sostengono i sintomi ansiosi. Del resto, usare solo il farmaco serve esclusivamente a mettere a tacere i sintomi dell’ansia, ma non a liberarsi del problema. È un po’ come mettere un coperchio su una pentola che bolle, senza però abbassare la fiamma del fornello.

Tonia Samela
Tonia Samela
Tonia Samela, nata a Potenza nel 1994. Psicologa Clinica e Dottoranda di Psicopatologia del Comportamento, attualmente conduce la sua attività di ricerca a Roma. È attiva nella promozione della salute e nella divulgazione scientifica del sapere psicologico.

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