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Il velo islamico firmato Nike è nei negozi di Milano: scoppia la polemica

Il brand simbolo dell'occidente capitalistico si islamizza?

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Se in questi giorni di saldi vi capiterà di fare un giro allo store Nike di Corso Vittorio Emanuele a Milano, non stupitevi se tra scarpe, completi da tennis, maglie da basket e indumenti vari per praticare sport, troverete anche un velo per coprire capo, spalle e gola.

È l’hijab, uno dei copricapi usati dalle donne musulmane. Più volte oggetto di attacchi, critiche, difese. Simbolo della cultura islamica, per alcuni elemento di oppressione, per altri segno di identità. Ora metafora di inclusione. Almeno nel mondo sportivo. Dichiarazione culturale di un’azienda che, sull’onda del politically correct, decide, nel 2017 in tempo per le Olimpiadi invernali in Corea del Sud, di produrre un indumento utile alle sportive musulmane.

La novità è notata da Silvia Sardone, consigliere comunale e regionale del Gruppo Misto milanese, che non sembra reagire con approvazione all’introduzione del curioso e, forse per qualcuno, irritante capo.

Probabilmente in un periodo in cui si discute, in modo anche abbastanza veemente, sul decreto sicurezza del Ministro degli Interni, una circostanza del genere spinge a più di una riflessione. Che sia polemica o approvazione, il fatto è che ora a Milano un’atleta islamica può comprare il suo hijab. Per la Nike un affare, per noi forse un segno di inclusione?

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Il progetto “Nike Hijab Pro” per l’inclusione

Già nel 2015 la Nike aveva dato prove del suo interesse per il mondo islamico. Prima con l’app, tradotta anche in arabo, “Nike Training Club”, poi con uno spot sulle atlete islamiche postato sul profilo twitter Nike Medio Oriente. Così, nel 2017 il terreno è già spianato per mostrare la pattinatrice Zahra Lari fotografata durante una sua performance con in testa un velo nero con il famoso baffo bianco. Cosa vuole fare ora il noto brand di attrezzature sportive? Forse rendere comune e naturale un indumento lontano dalla nostra cultura ma che è identità per tanti altri. Imparare a vedere qualcosa così lontano da noi, tanto da farlo diventare familiare. È un altro grande risultato di quella che chiamiamo ‘globalizzazione’.

Il colosso americano punta ad aprire diversi store in Medio Oriente, per un valore stimato intorno ai 5 miliardi di dollari. Un’inclusione culturale che è anche, o forse soprattutto, business.

di Valentina Cuppone

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