venerdì, Ottobre 30, 2020

Il Covid come l’Hiv potrebbe non andare via, quali sono le differenze?

Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

Mike Ryan, capo del Programma di emergenze sanitarie dell’Organizzazione mondiale della sanità, avanza un confronto tra l’attuale diffusione del Covid e una malattia sessualmente trasmissibile, Hiv, che dagli anni ’80 a oggi, ha contato milioni di morti. Il paragone riguarda soprattutto la possibilità di poter controllare il virus per mezzo dei farmaci, in mancanza di un vaccino. Oggi, grazie alla ricerca di antiretrovirali, la malattia è cronicizzata e di Aids non si muore più. Precisa Mike Ryan:

Non comparo le due malattie, ma bisogna essere realistici e mettere sul tavolo tutte le ipotesi. Il virus potrebbe diventare endemico, potrebbe non andarsene mai, come l’Hiv, che però non fa più paura perché abbiamo delle terapie che offrono alle persone una vita lunga e sana.

Un nuovo virus: Hiv

Negli anni ’80, quando esplose il contagio da Hiv, nessuno sapeva bene di cosa si trattasse. La malattia si diffondeva tra circoscritte categorie, omosessuali e tossicodipendenti per lo più. Poi, però, iniziò a raggiungere anche gli eterosessuali e aumentarono i casi tra gli emofiliaci, persone affette da una patologia che richiede periodiche trasfusioni di sangue. Vista l’eterogeneità della diffusione si cominciò a fare strada l’ipotesi che l’origine del problema fosse virale. E solo nell’82 la malattia venne nominata Aids, sindrome da immuno-deficienza acquisita. Acquisita appunto, non ereditaria. Solo maggio del 1983 il virologo francese, Luc Montagnier, riuscì a isolare il nuovo virus, poi riconosciuto come agente responsabile della trasmissione dell’Aids. Il virus dell’Hiv per l’appunto. Una grandissima scoperta che gli valse il Nobel.

Non c’è sempre un vaccino

Era l’84 quando Margaret Heckler, Segretario della salute e dei diritti umani sotto l’amministrazione Reagan, annunciò che il vaccino contro l’Hiv sarebbe stato pronto entro due anni. Da allora, benché molti annunci trionfanti si siano susseguiti, sono morte 32 milioni di persone e il mondo sta ancora aspettando il vaccino. Ma la differenza tra Sars-Cov2 e Hiv è nella loro biologia. L’Hiv muta in continuazione, anche all’interno della stessa infezione. Sars-CoV2, invece, per ora ha dimostrato di subire solo micro-mutazioni, come gli altri coronavirus. Questa caratteristica rende più probabile la possibilità di arrivare realmente a un vaccino. Inoltre, nel caso di Covid gioca un ruolo prezioso anche il comportamento degli anticorpi. Gli anticorpi possono rendere il virus innocuo, neutralizzandolo. Nel caso di Hiv invece, gli anticorpi sono utili a fini diagnostici, ci possono dire cioè se un individuo è entrato in contatto o meno con il virus. Ma non sono in grado di fronteggiarlo. Leggi anche: La scienza sconfiggerà il coronavirus: “Siamo nel 2020, non è la peste del 300”

La mascherina sì e il preservativo no

In Italia, nelle prime settimane di quarantena, mascherine protettive monouso di qualsiasi genere venivano vendute su internet a prezzi esorbitanti. In molti sono stati disposti a comprarle. Perché se arriva il Covid le persone pagano profumatamente pur di garantirsi una protezione, mentre dopo 40 anni di diffusione dell’Hiv ancora non ci è chiara l’importanza del preservativo nei rapporti sessuali? Dal 2007 a oggi le vendite dei preservativi sono scese del 16%. Il 57% degli italiani non li usa abitualmente e il 18% mai. L’unica cosa che cresce nel nostro paese sono le segnalazioni di malattie sessualmente trasmissibili. Mediamente in Italia la spesa pro-capite per i preservativi è di 0,43 centesimi l’anno. Il tasso più basso d’Europa, dopo la Francia, che spende 0,57 centesimi pro-capite, la Germania con 0,78 centesimi e l’Inghilterra con 1,07 euro. Leggi anche: Educazione sessuale ancora tabù nelle scuole italiane, il ritardo è inammissibile

Sensibilizzare sulle malattie sessualmente trasmissibili

Probabilmente reagiamo al Covid perché i media hanno spinto, talvolta con toni anche eccessivi, una serrata campagna d’informazione. Mentre ignoriamo le malattie sessualmente trasmissibili perché nessuno ce ne parla. Negli anni ’80 in TV si trasmettevano spot di sensibilizzazione sull’uso del preservativo. Solo parlarne ha reso una generazione più consapevole sull’importanza del preservativo. Oggi invece l’educazione sessuale è cosa altra dalla scuola, nessuno parla delle malattie sessualmente trasmissibili e circa il 20% degli italiani non ha mai usato un preservativo. L’Italia vive un allarmante ritardo culturale che, in qualche modo, il Covid ci ha indicato come colmare. Serve una campagna mediatica mirata, non allarmista, sul tema, che informi e formi tutti i cittadini. di Elza Coculo

Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

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