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De André canta la Trap: blasfemia o genialità pura?

Per vent'anni ci siamo sentiti orfani, poi è arrivato The André.

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Il venerdì, il giorno che più si presta alle digressioni e all’intrattenimento. Una goccia di pioggia sul vetro della finestra, poi di nuovo un raggio di sole, e la nostalgia fa presto ad insinuarsi. Viene in mente una canzone di De André, il romanticismo disilluso de La canzone dell’amore perduto, e poi te ne vengono in mente mille altre, inevitabilmente, visto che le sue canzoni hanno sempre l’effetto delle ciliegie: Dolcenera, Verranno a Chiederti del nostro amore, Ho visto nina volare, La città vecchia… e improvvisamente avverti una mancanza, una malinconia. Ripensi al tuo cantautore preferito, al Dio di molti, di tutta la comunità ‘deandreofila’, che da quell’11 gennaio del 1999 non ha mai smesso di sentirsi orfana. De André sublimato, idolatrato, venerato, emulato, antologizzato. È successo di tutto in quasi vent’anni, si è edificato un culto, dove chiunque ha portato il suo fiore per Faber. Man mano nel ricordarlo ci siamo sentiti meno orfani, alla ricerca di quelle sensazioni che solo l’ultimo concerto del ’98 poteva darci.

Quando ci siamo sentiti meno orfani

Luca Marinelli in “Principe Libero” per la regia di Luca Facchini.

Il concerto dalle visualizzazioni impazzite su Youtube, il concerto della grande eredità. E ci siamo sentiti meno orfani tutte le volte che insieme lo abbiamo ricordato, ci siamo sentiti meno orfani nei tour di Cristiano, di “De André canta De André”, cercando l’esperienza del ‘rivissuto’. E più rivissuto di così? Con quel timbro di voce in grado di ricordare il padre più di chiunque altro (o quasi e dopo lo vedremo), con gli stessi occhi verdi, pieni di tutto e gli stessi capelli, che spesso accompagna con la mano, proprio come Fabrizio. Con quello stesso modo di abbracciare la chitarra e con lo stesso orologio. Come ancora forse ci si siamo sentiti meno orfani nell’assistere alla più ardua delle imprese, quella che- per dirla con un ‘avvelenato’ Guccini- avrebbe portato ‘applausi o fischi’: Luca Marinelli nell’interpretazione di Principe Libero, per la regia di Luca Facchini. Ansia da prestazione per chiunque si fosse trovato al suo posto, eppure Marinelli è stato bravo. Certo sono avanzati non pochi residui di romanesco nel genovese di De André, ma Marinelli ha fatto ciò che poteva. Nessuno nel nostro immaginario avrebbe potuto competere con Faber in carne ed ossa. Perché De André è De André in ogni molecola della sua persona e gli intenditori lo sanno bene. Lo sa bene chi lo ama.

E poi la resurrezione

Proprio mentre ci stavamo chiedendo, e a lungo ci siamo chiesti, cosa avrebbe scritto De André in questo ventennio, con tutto quello che è accaduto nella cronaca, nella politica, nella società, l’11 febbraio scorso De André ritorna su questa terra, non canta le sue canzoni, ma altre, o meglio quelle di altri. Tutti pensano a un bot, a qualche strano ibrido digitale, in grado di riportarci il nostro Faber, a qualche mostro cibernetico in grado di toccare le vette più alte dell’anima. Il mondo del web, insieme a quello dei ‘deandreofili’, è spiazzato, disorientato, incredulo, perso, emozionato. De André è di nuovo fra noi con addosso un profumo di inconfondibile e più recente contemporaneità. È qui ed ora e canta Ghali e la Trap.

The André canta Habibi di Ghali

Questa fu la prima che ascoltai, forse la prima ad essere messa sul web, che si stava per scatenare sbalordito in mille reazioni. La trovai geniale come molti, troppo verosimile in ogni pausa, in ogni sospiro, in ogni sua sillaba, in ogni angolo di intonazione. Avevo l’impressione che chi cantasse, persona o bot, conoscesse fin troppo bene ogni sfumatura esistenziale di Fabrizio De André, lo conoscesse appunto in ogni sua molecola e fosse in grado di creare quel ‘rivissuto’ più di chiunque altro. Ipotesi paradossali mi passavano per la testa. Ed ora non posso che considerare geniale l’esperimento musicale, che lì per lì mi sembrava più complesso del cubo di Rubik, quando non riuscivo proprio a venirne a capo e a spiegarmi cosa stesse accadendo.

L’esperimento che, in questo assurdo modo, ce lo ha fatto rivivere eccome De André, in più ci ha dato una grande dimostrazione: le canzoni le fanno i cantautori. L’interpretazione, lo stile, il timbro di voce contano almeno quanto le parole. Ma c’è da dire che la parole di Ghali, della Trap, de Lo Stato Sociale, sorprendentemente si sposano bene con Faber. Accostamento improbabile ma positivamente spiazzante. Il nuovo De André così comincia a cantare e non si ferma: è The André.

“The André si cimenta, con la consueta umiltà, nel repertorio dei suoi colleghi contemporanei”, si legge sulla sua pagina Fb.
E c’è anche il primo tour, la prima tappa a Sulzano, il 17 giugno ad Albori Music Festival, per chi volesse provare a conoscerlo e cercare di guardalo negli occhi per vedere di che pasta è fatto il The André.

L’identità di The André è ancora misteriosa

Si sa poco o nulla sul misterioso ragazzo di cui molti sono sulle tracce. Nel video di Cupido, cover di Sfera Ebbasta, si lascia leggermente intravedere ma non fino all’altezza del viso, alimentando una sorta di divismo pop, che pian piano fa da contorno a questa figura. Vice è riuscita a intervistare la star del momento, riuscendogli a strappare la ragione più profonda, che ha mosso l’affascinante operazione:

Sono un grande estimatore di De André. Anzi, oserei dire che ho un vero e proprio feticismo nei suoi confronti. Mi capita di avere dei periodi piuttosto lunghi in cui ascolto solo De André e ho un amico che si trova nella stessa situazione, che se viene tirata per le lunghe diventa anche un po’ pesante psicologicamente. Per quanto mi riguarda la maggior parte delle canzoni di De André non hanno un messaggio facilmente gestibile a livello umano, per me è un ascolto sempre molto impegnativo. Quindi l’unico modo per uscire da questi periodi di stallo è ridimensionare l’artista, in un certo senso“.

Indignazione o stima verso il nuovo The André?

L’emozione che suscita è contrastante, ma ti rapisce proprio per questo. Tra feticismo, blasfemia, sperimentalismo è stata un’operazione grande, sul piano creativo e dal mio punto di vista nulla toglie a De André. Anzi lo riporta in mezzo a noi, che non siamo mai stati pronti a lasciarlo, ridimensionandolo un po’ per tenerlo ancora qui. Ha voluto esorcizzarne tutto lo spessore, forse troppo ingombrante per le coscienze del mondo attuale, e renderlo più tangibile, più umano. Suscitando anche a tratti fastidio, che spesso però è il risvolto dell’amore.

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