- L’intervista a Matteo Gamba, autore del libro “L’essere è tempo”
- Trent’anni a fare le domande. Dopo il tuo libro “L’essere è tempo”, appena pubblicato da Edizioni ETS, oggi tocca a te rispondere, come ci si sente dall’altra parte?
- E allora via con la domanda di partenza, anche del tuo libro: cos’è il tempo? La domanda è eterna. Chi non se l’è fatta almeno una volta nella vita, visto che ci è così vicina?
- Viaggi nel tempo assieme a lui e ad altri due grandi filosofi del ’900: Husserl e Heidegger. Ci fanno capire che il tempo non è qualcosa di astratto, bensì concretissimo?
- Hai studiato filosofia, o meglio ci sei tornato, grazie al tuo maestro Elio Franzini. Com’è avere un maestro a 50 anni? Cosa si impara da un rapporto del genere che non si può imparare da soli, con i libri?
- A proposito di confini, anche la fisica relativistica e quantistica li oltrepassano di tanto. Mostrano e dimostrano un tempo diverso dal “tempo cosa”, unico e sempre uguale.
- Perché?
- Undici anni a “Vanity Fair”, poi Le Iene. Sono due maniere di fare giornalismo molto diverse: una costruisce narrazioni molto curate anche esteticamente, l’altra “colpisce al cuore e va”. Cosa ha preso il Matteo di Le Iene dal Matteo di “Vanity Fair” e cosa invece ha dovuto lasciare per strada? Hai incontrato altri maestri?
- Questo libro per te è un punto di bilancio e di ripartenza. Di solito i bilanci guardano indietro e le ripartenze guardano avanti: “L’essere è tempo” fa tutte e due le cose insieme. Come ci si sente a stare in quel punto esatto, sospesi tra una vita e quella che viene?
- Restiamo allora nel presente, alla livornese. Come possiamo definire e percepirlo? Spesso ci sentiamo inadeguati nell’attimo… subito passato.
- La formula finale è appunto che il tempo siamo noi. Può aiutarci a vivere?
- Non siamo prigionieri del tempo, ma è il tempo a essere dominato e plasmato in una vita?
- Come in concreto?
Proviamo a rispondere a una domanda che ha arrovellato l’umanità per millenni: che cos’è il tempo? Nell’era della ‘distorsione temporale’, quella sensazione che il tempo dopo la pandemia, allo scoccare del 2020, sia diventato un blocco uniforme e uguale a se stesso, accompagnata da quel senso di impotenza, davanti agli anni che ci scivolano tra le dita, oggi, più che mai, ha senso interrogarci. E lo facciamo attraverso un excursus filosofico: il fine è quello di lenire l’inquietudine, provando a trovare risposte in grado di restituire identità alla dimensione temporale che troppo spesso ci appare precaria e spersonalizzante. Ma così non è.
Il libro L’essere è tempo parte dunque da un interrogativo eterno che ci riguarda tutti da vicino. In un viaggio filosofico ci propone una nuova risposta, concretissima e c’è anche un trucco-esercizio, molto veloce, che vale la pena provare. Ce ne parla l’autore Matteo Gamba, raccontandoci anche com’è ‘svoltare’ ancora dopo i 50 anni, dopo trenta di giornalismo tra “Vanity Fair” e Le Iene.
L’intervista a Matteo Gamba, autore del libro “L’essere è tempo”

Trent’anni a fare le domande. Dopo il tuo libro “L’essere è tempo”, appena pubblicato da Edizioni ETS, oggi tocca a te rispondere, come ci si sente dall’altra parte?
Mi piace sempre. Devo sforzarmi di meno. Le domande, del resto, me le faccio da solo da una vita. Con risposte a sorpresa, e conseguenti sterzate esistenziali. Sono uno che, per esempio, inizia con Scienze Politiche, si fa una domanda, e finisce a Filosofia, poi parte convinto da Livorno per Torino e la Holden di Baricco e si ritrova poco dopo a Milano a fare il giornalista. Stessa cosa col ritorno a 50 anni anche alla filosofia grazie al mio maestro Elio Franzini. Mi piace cambiare continuamente, dieta, lavori, passioni. Si guardano le cose sempre da un punto di vista diverso.
E allora via con la domanda di partenza, anche del tuo libro: cos’è il tempo?
La domanda è eterna. Chi non se l’è fatta almeno una volta nella vita, visto che ci è così vicina?
Il tempo non è “una cosa”, a sé stante, e oggi ce lo dice anche la scienza. Nel mio libro cerco allora di cambiare la domanda per trovare una nuova risposta: il tempo siamo noi. Non esiste a prescindere da noi, e viceversa. Siamo sempre coinvolti. È questo il mio punto di arrivo, o di ripartenza, se vogliamo. “Il tempo non è un oggetto del nostro sapere, ma una dimensione del nostro essere”, scriveva Merleau-Ponty.
Viaggi nel tempo assieme a lui e ad altri due grandi filosofi del ’900: Husserl e Heidegger. Ci fanno capire che il tempo non è qualcosa di astratto, bensì concretissimo?
Sì, anche il famoso “essere” non è per niente astratto. Un esempio? È quello che ci ritroviamo addosso e dentro ogni volta che apriamo gli occhi come un tutto unico, prima di ogni divisione tra noi e il mondo. Se ti fermi un momento a pensarci, ti lascia interdetto e pieno di domande. Chiudi gli occhi e li riapri e “l’essere” è cambiato, almeno un po’, come farà sempre, di continuo. Ecco anche il divenire e il tempo, in evoluzione-rivoluzione permanente. Ricordi l’essere di Parmenide e il divenire di Eraclito della vulgata scolastica? Qui siamo alla loro confluenza.
Hai studiato filosofia, o meglio ci sei tornato, grazie al tuo maestro Elio Franzini. Com’è avere un maestro a 50 anni? Cosa si impara da un rapporto del genere che non si può imparare da soli, con i libri?
Ho viaggiato anche con lui con questo libro, che è pure una sorta di bilancio e ripartenza personale, ben oltre “il mezzo del cammin di nostra vita”, ma comunque mentre scavalli un’età in cui ci sente di nuovo un po’ spaesati. È stato fantastico, è stato una guida che mi ha insegnato e mi insegna il rigore nella riflessione e che mi ha permesso di osare nelle interpretazioni, perché i confini li tracciava un luminare come Elio Franzini, uno dei maestri dell’Estetica in Italia e che è stato Rettore dell’Università Statale di Milano. Io non sono certo Dante, ma per me lui è stato sicuramente una guida come Virgilio, fondamentale.
A proposito di confini, anche la fisica relativistica e quantistica li oltrepassano di tanto. Mostrano e dimostrano un tempo diverso dal “tempo cosa”, unico e sempre uguale.
Per la “scienza”, dopo Einstein, il tempo non è più unico e assoluto. Cambia a seconda di velocità e gravità. Simultaneità e tempo comune scompaiono a velocità vicine alla luce, fino alla scomposizione spaziotemporale anche di passato e futuro di un buco nero. La meccanica quantistica può fare addirittura a meno della variabile tempo che è una delle tante dei contesti interpretativi scientifici. La vicinanza di temi e prospettive non mi sembra casuale.
Perché?
La rivoluzione relativistica e quantistica e quella dei “miei” tre fenomenologi geniali nascono, in questo caso sul tempo, in ambienti, momenti e impostazioni molto vicini. Da Mach a Einstein, Bohr e Heisenberg, ma anche tra Gödel, Kafka, Musil, Freud, Schönberg o Wittgenstein. In un pensiero contemporaneo che cerca parole e pensieri nuovi per descrivere eventi, contesti, interpretazioni e relazioni, e non più “cose”. Con l’inizio del 2026 sto ragionando proprio su tutto questo.
Undici anni a “Vanity Fair”, poi Le Iene. Sono due maniere di fare giornalismo molto diverse: una costruisce narrazioni molto curate anche esteticamente, l’altra “colpisce al cuore e va”. Cosa ha preso il Matteo di Le Iene dal Matteo di “Vanity Fair” e cosa invece ha dovuto lasciare per strada? Hai incontrato altri maestri?
Prima e dopo c’è stato e c’è tanto altro. Voglio citare come maestri Luca Dini per “Vanity Fair” e Davide Parenti per Le Iene. E due rispettive lezioni che mi accompagnano: il rigore anche nella leggerezza e l’andare dritto al punto, tagliando le curve. Cosa ho lasciato per strada? Tanto, ma sinceramente non so cosa. Non credo proprio che esista un mio Io costante, ne esistono tanti. In fondo siamo tutti, e da un po’, nell’era della morte anche dell’Io.
Questo libro per te è un punto di bilancio e di ripartenza. Di solito i bilanci guardano indietro e le ripartenze guardano avanti: “L’essere è tempo” fa tutte e due le cose insieme. Come ci si sente a stare in quel punto esatto, sospesi tra una vita e quella che viene?
Bene, è divertente e in fondo la vita è sempre così. Dopo i 50 poi non hai più l’ansia di dimostrare niente e sai anche che “quel corso di cinese” non lo farai mai… Riassumi verso l’essenziale e aspetti con curiosità cosa ci sarà dietro l’angolo. Sorridendo, finalmente, anche perché senza l’ironia che vita sarebbe? Di sicuro una vita impossibile per noi livornesi!
Restiamo allora nel presente, alla livornese. Come possiamo definire e percepirlo? Spesso ci sentiamo inadeguati nell’attimo… subito passato.
Forse basta ricordarci che il presente non è mai un punto, un istante astratto e senza dimensioni. È esteso. Sono presenti questa risposta, ma anche questa giornata, questo anno, questo lavoro e relazione. Finché durano e non sono “passati”. Anche il passato non è fisso, cambia sempre nella memoria. Mentre il futuro rivoluziona ogni volta tutto, sorprendendoci almeno un po’.
La formula finale è appunto che il tempo siamo noi. Può aiutarci a vivere?
Secondo me sì. Anche il mondo descritto dalla nuova fisica non ha bisogno del tempo umano, che invece scorre, e in una direzione tra presente, passato e futuro, tra “già”, “ora” e “non ancora”. Lo inventiamo noi, lo siamo noi vivendo, come corpo e percezione. In ogni “ora”, tra due limiti: la fine, la morte, sempre in vista, e un’origine in cui siamo gettati e che ci precondiziona, sempre. Tutto questo non mette per forza ansia, anzi può essere una liberazione.
Non siamo prigionieri del tempo, ma è il tempo a essere dominato e plasmato in una vita?
ll tempo umano è finito. Non è una linea infinita di punti-istante tutti uguali, al massimo è uno strambo triangolo. Il tempo infinito è un’astrazione, inutile e dispendiosa. A farmelo scoprire sono stati i sentieri complessi e affascinanti di Husserl, Heiddeger e Merleau-Ponty. Diventarne consapevoli ci libera anche da tante costruzioni mentali ed esistenziali che ci angosciano nella vita quotidiana.
Come in concreto?
In ogni sensazione, sentimento, pensiero e azione presenti ci muoviamo tra quello che abbiamo imparato e quello che ci aspettiamo. Generiamo ricordo, presenza e attesa, continuamente, sempre e di nuovo. Generiamo tempo. Non so se possiamo dominarlo, di sicuro non possiamo fare a meno di plasmarlo in una vita, perché siamo tempo e vita e non possiamo farne a meno. È inutile e dannoso negarlo, farci i conti invece fa bene. Io uso un piccolo trucco molto concreto, che consiglio: chiudere e riaprire gli occhi spesso, volontariamente. È così che si capiscono già, anzi si sentono, l’essere, il tempo e la loro confluenza in una vita, la nostra. Prova, provate, fa bene.
La prima presentazione del libro L’essere è tempo si svolgerà a Milano lunedì 13 aprile dalle 19 presso FE Fabbica dell’Esperienza, Teatro Renzo Casali, Via Francesco Brioschi, 60. Matteo Gamba dialogherà con il suo maestro Elio Franzini, docente di Estetica ed ex Rettore dell’Università degli Studi di Milano. La seconda presentazione sarà a Torino giovedì 14 maggio dalle 18.30 alla Libreria Belgravia in Via Vicoforte 14d, all’interno del programma Salone Off. L’autore sarà intervistato dalla giornalista Laura De Bortoli e accompagnato dall’interpretazione dell’attrice e autrice Eleonora Frida Mino. Le altre presentazioni sono in via di definizione, seguiranno l’Italia e verranno segnalate man mano dall’autore su https://www.instagram.com/matteo_gamba1672.
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