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Coronavirus: “Per molte donne rimanere in casa non è una salvezza”. L’intervista a Roberta Bruzzone

Nelle case italiane non si fermano le storie di ordinaria violenza neanche in un momento di emergenza come questo. Ne abbiamo parlato con la criminologa Roberta Bruzzone.

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In questo periodo di emergenza Covid-19 rimanere in casa è per molti una salvezza. Tutt’altro discorso per tutte quelle donne vittima di violenza. Le mura della propria abitazione infatti mai come ora sono diventate per loro la peggiore prigione esistente. A conferma di questo, è di solo pochi giorni fa, la terribile notizia di una donna di quarantasei anni, accoltellata e decapitata dal figlio dopo l’ennesima e accesa discussione avvenuta in appartamento nel quartiere Laurentino. Storie di ordinaria violenza che non si fermano neanche in un momento di emergenza come questo. Per approfondire meglio l’argomento ilDigitale.it ha intervistato Roberta Bruzzone, affermata e conosciuta criminologa e psicologa forense italiana.

L’INTERVISTA

Un terribile episodio quello della donna decapitata dal figlio nella sua abitazione. Uno dei tanti che sicuramente avverranno nei prossimi giorni. A quando secondo lei l’exploit del fenomeno?

L’exploit di questo fenomeno secondo me è già in atto. Si sta di certo verificando sotto forme ancora più subdole: offese, minacce, annichilimento totale della povera vittima, violenza fisica, verbale e non per ultima sessuale.

Oggi più che mai è difficile denunciare il proprio aguzzino, giusto ?

Prima dell’emergenza Covid-19, della quarantena, i riuscivano ad arrivare alle forze dell’ordine a malapena 2 casi su 10 di denuncia. Ora le difficoltà da parte della vittima di poter denunciare il marito, compagno o familiare violento è ancora maggiore vista la convivenza forzata h24. Grazie al cielo però  una ritrovata coscienza civica sta smuovendo anche chi, fino all’altro giorno, faceva finta di non sentire le urla e le minacce.  Ora i vicini di una donna vittima di maltrattamenti -con le città in completo silenzio- stanno cominciando di spontanea volontà a denunciare quanto accade vicino a loro.

C’è in atto un’interessante campagna  antiviolenza  denominata: #mascherina1522 per aiutare le vittime durante l’emergenza coronavirus che le costringe appunto a stare a stretto contatto con il loro aguzzino. Basta telefonare alle farmacie che aderiscono o a qualche presidio medico e con questa formula possono. senza farsi scoprire, lanciare il loro grido d’aiuto. Cosa ne pensa?

È un’idea molto interessante. Un ottimo escamotage per la vittima che in quel momento si ritrova davanti il suo carnefice. Fare infatti un’esplicita richiesta  d’aiuto davanti a chi è pronto a punire per un affronto del genere, significherebbe alimentare ancora di più la forza distruttiva del maltrattante.

La quarantena forzata ma doverosa quanto  incrementa la violenza, la psicosi distruttiva di queste persone?

Guardi, persino le persone stabili in questo momento potranno avere dei momenti in cui vacilleranno. Si immagini queste persone portate già di per sé alla violenza quotidiana. Ora troveranno pretesti in più per scaricare tutta la loro rabbia repressa sulle loro vittime preferite: le donne.

In casa ora ci sono anche molti bambini. Anche loro rischiano di diventare vittime dirette o indirette dell’orco?

Indubbiamente, sì. Ora con le scuole chiuse  non hanno la possibilità di sottrarsi, almeno per un po’, a quel terribile clima di violenza  Senza che ce ne rendiamo conto sta andando ‘in onda’ in molte case italiane  un film dell’orrore. Situazioni terribili e difficili da arginare in questo momento di emergenza.

A livello psicologico come ci sta cambiando questa emergenza sanitaria?

In maniera profonda, radicale. E, anche se nutro qualche riserva, spero almeno in chiave positiva.  Quando sarà terminata la ‘fase acuta’ di questa emergenza ci ritroveremo in una normalità che non sarà più quella che conoscevamo un tempo.

I social media mai come in questo momento fanno da padrone fra gli utenti che scaricano così le loro frustrazioni e paure. Cosa ne pensa?

I social network sono delle specie di slot machine di gratificazione. Anche chi prima faceva altro ora si riversa quotidianamente sui social che sono diventati una grande ‘dispensa sociale’ dove ognuno scarica le sue emozioni.

Anche perché è l’unico modo per interagire al momento.

Si, diventa l’unica risorsa disponibile ma non tutti ne fanno buon uso. Il modo di utilizzare i social network ci porterà a fare più avanti delle doverose riflessioni. Soprattutto per quanto riguarda la divulgazione di fake news dove i social media fanno la parte del leone in questo momento.

In molti  vivono i social network come ‘valvola di sfogo’ delle proprio emozioni?

Esatto e può andare bene fino ad un certo punto ma attenzione a non diventarne dipendenti. Scrivere sui social ci distrae per un attimo dalle situazioni che stiamo vivendo ma restare lì a controllare la time-line, i like, etc crea di fatto una dipendenza vera e propria. Bisogna cercare di limitarsi, tenere sotto osservazione questo trend, altrimenti una volta fuori da questa emergenza ci sarà più di un caso di dipendenza da social network.

Cosa pensa invece di chi, vive questa emergenza nelle carceri, sia detenuti che polizia penitenziaria.

Mi consenta un pensiero speciale alla Polizia penitenziaria. Va a loro tutto il mio sostegno per il lavoro difficile che stanno facendo in un momento di emergenza che, nei luoghi penitenziari, è ancora più difficile da gestire.  La situazione all’interno delle carceri, come abbiamo visto dalle rivolte avvenute negli scorsi giorni, è una polveriera pronta ad esplodere ma al momento sembra tutto egregiamente rientrato. Va alla Polizia penitenziaria un grande e doveroso plauso.

Leggi anche: Coronavirus, la rivolta delle carceri

I medici e gli operatori sanitari che vivono ‘in prima linea’ questa emergenza secondo lei, come pensa stiano vivendo questa situazione di estrema emergenza?

Temo che molti di loro non abbiano neanche il tempo – fra turni devastanti e decisioni da prendere sul momento – di sincerarsi di come essi stessi stiano vivendo tutto ciò. Molto presumibilmente alcuni di loro potranno risentire di disturbi post-traumatici  di matrice depressiva. Tuttavia, mi auguro e spero, che a livello governativo ci saranno poi degli aiuti in termini di assistenza psicologica per chi, più di tutti, è stato sottoposto a questa enorme emergenza sanitaria. Queste persone che si sono ritrovate più volte a fare scelte difficili per il bene di tutti noi,  rischiano infatti serie ripercussioni a livello psicologico ed emotivo. Devono essere sostenuti anche e sopratutto dopo che questo terribile momento sarà passato. Il loro è stato un sacrificio immenso. 

Leggi anche: Coronavirus, l’aiuto degli psicologi italiani: “Anche non far niente è utile a qualcosa”

 

 

 

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