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Cile, Honk Kong, Gilet gialli. Le rivolte senza guida

Dal Cile a Hong Kong passando per Barcellona, le nuove generazioni sono in rivolta. Ma c'è qualcosa di diverso rispetto alle rivoluzioni precedenti.

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Il Cile in rivolta. Barcellona sulle barricate. Il Libano in tumulto. Honk Kong in fiamme. E a Parigi si sono ripetute per un anno le più violente battaglie urbane dal maggio ’68, guidate dalla rabbia dei Gilet gialli. Sempre diverse nelle motivazioni formali e più immediate, le rivolte efferatissime e disperate hanno più d’un tratto in comune. Sono spesso i più giovani, i ventenni a dare fuoco alle polveri, anche con una muscolarità inattesa. Una generazione che passa dal joystick alla molotov con la fluidità di chi guarda al mondo come a una successione di livelli di videogioco. Ma anche la nebulosa di corpi nerboruti e senza testa.

A Santiago del Cile il caos ha provocato la devastazione di novanta stazioni della metropolitana, date alle fiamme, come pure di centinaia di negozi, supermercati e banche depredate e distrutte. Uno scenario apocalittico largamente imprevisto dalle autorità cilene, colte di sorpresa come in un film distopico.

“È come se ci fosse stata una invasione aliena”, s’è lasciata sfuggire la first lady cilena, novella Maria Antonietta. Il Cile è un paese ricco dove il Pil corre e la redistribuzione della ricchezza deve diventare una priorità: il risveglio improvviso dal torpore di un ciclo liberista a senso unico mette le élite sotto choc. Perché nell’epoca dell’immediatezza e della disintermediazione non è più tollerabile l’esclusione dalla circolarità lineare dell’economia. A maggior ragione agli occhi dei digital native, che nascono con l’introiezione dell’orizzontalità interconnessa della Rete.

Gli economisti e i politologi non riescono più, non a caso, a fare analisi predittiva. Il piccolo aumento mensile sull’abbonamento della metro, come fu per quei pochi centesimi di rialzo del gasolio in Francia, non basta a giustificare l’ordalia delle violenze. C’è dell’altro, se abbiamo perso tutti la misura e la dimensione delle cose. C’è molto altro, se la società liquida di Bauman è diventata gassosa e si materializza in una miscela pronta ad esplodere all’improvviso: nitroglicerina, senza contenimento possibile. La fragilità di un mondo che pensiamo di conoscere e che da un giorno all’altro si contrappone all’ordine costituito, decostruisce anche il nostro ordine mentale.

I radar della storia sono andati tutti fuori uso: la deriva antisistema americana che ha portato a eleggere Donald Trump, la scioccante affermazione della Brexit, l’impunità per i paramilitari in Brasile. La rinascita dell’islam radicale in Turchia. Tutti fenomeni che parlano della latenza di un conflitto sociale profondo e che rispecchiano l’implosione silente ed erosiva dell’individuo, ormai privo di sé. Eserciti di Alieni che non rispondono più alla costante di una storia politica basata, negli ultimi centotrenta anni, sull’umanesimo costruttivo. O forse nuovi terrestri che dimostrano alla vecchia guardia la sua alienazione. La storia dell’umanità è costellata di rivoluzioni, sì. Ma avevano un fine ideale, una regola di condotta e una leadership incarnata. Oggi no. Dopo un anno di manifestazioni dei Gilet gialli, non è emersa una sola figura di portavoce. E in Cile nessuno assume la paternità di un gesto, rivendica per sé un ruolo di guida. Lo stato gassoso delle rivolte non può portare a niente di costruttivo: è come se la guerra ai vecchi mulini a vento, la stesse facendo il vento stesso. Può travolgere tutto, sì. Ma con il solo vento si costruisce poco.

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di Aldo Torchiaro

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