giovedì, Novembre 30, 2023

Alzheimer, presto un esame del sangue dirà se svilupperemo la malattia

I classici test della memoria sono pronti a lasciare il passo ad altri biomarcatori, come i poco costosi e per nulla invasivi biomarcatori plasmatici.

Asia Buconi
Asia Buconi
Classe 1998, romana. Laureata in Scienze politiche e relazioni internazionali, ama l’attualità e la letteratura, ma la sua passione più grande è la sociologia, soprattutto se applicata a tematiche attuali. Nel tempo libero divora film e serie tv.

Ci sono importanti novità sul fronte del morbo di Alzheimer, che – secondo i dati – entro il 2050 colpirà 150 milioni di persone in tutto il mondo. Mentre sono ancora ignote alla medicina le cause di questo disturbo, si stanno facendo importanti passi avanti sulla diagnosi dello stesso.

Nello specifico, i classici test della memoria sono pronti a lasciare il passo ad altri biomarcatori, come scansioni cerebrali, analisi del liquido spinale, ma, soprattutto, i molto meno costosi e invasivi biomarcatori plasmatici, di cui molto si sta discutendo anche nel congresso nazionale della Società Italiana di Neurologia di Napoli.

Alzheimer, il biomarcatore plasmatico ci dirà se andremo incontro a declino cognitivo

Perché i biomarcatori plasmatici sono così rivoluzionari nella diagnosi dell’Alzheimer? A spiegarlo è Il Corriere della Sera, che riporta come questo tipo di test misura i livelli anomali delle proteine beta amiloide del sangue, segnale caratteristico del disturbo della memoria. Non solo: il test segnala pure la presenza di proteina tau fosfolidata e il danno neuronale aspecifico (neurofilamento).

Proprio durante il congresso nazionale della Società Italiana di Neurologia in corso a Napoli, Alessandro Padovani, direttore della Clinica di Neurologia all’Università di Brescia e nuovo presidente della Società Italiana di Neurologia, ha spiegato: “Un valore positivo indica la necessità di effettuare ulteriori esami, ma se negativo esclude la malattia”.

In verità, la rilevazione di beta amiloide può avvenire anche nei pazienti che non manifestano sintomi di declino cognitivo. Tuttavia, è anche vero che nelle persone affette da Alzheimer è sempre registrato un accumulo di beta amiloide. Motivo per cui si crede che i pazienti con accumulo cerebrale di beta amiloide prima o poi andranno incontro a declino cognitivo.

Alzheimer: la svolta è nei biomarcatori plasmatici

Alzheimer, esame del sangue dirà se svilupperemo la malattia

Nuove strategie di diagnosi per l’Alzheimer sono estremamente necessarie, visto che quelle attualmente a disposizione – come PET o prelievi spinali – sono molto invasive, oltre che costose. Specie per un disturbo che – secondo i dati – arriverà ad essere un problema di salute di pubblica massa. Per questo motivo l’Associazione Alzheimer e i National Institute of Aging degli Stati Uniti stanno studiando nuove linee guida – che saranno pronte entro il 2023 – per la diagnosi dell’Alzheimer, che comprendono l’utilizzo degli esami del sangue per rilevare segni del disturbo nel cervello.

La ricerca conferma che per la diagnosi del disturbo i biomarcatori plasmatici sono affidabili quanto PET o misurazioni del liquido spinale, pur essendo meno invasivi e più economici. Nessuno dei biomarcatori è stato ancora approvato da qualche Ente regolatore, ma gli scienziati si aspettano che entro pochi mesi i test saranno già disponibili sul mercato.

Gli esami del sangue approvati renderanno la diagnosi meno costosa e più accessibile per quei pazienti che non riescono a raggiungere facilmente centri specializzati sulla memoria”, ha spiegato Clifford Jack, neuroradiologo alla Mayo Clinic di Rochester in Minnesota e co-autore delle nuove linee guida americane.

Alzheimer, nei nuovi biomarcatori la chiave per la prevenzione

Jack ha anche spiegato come i nuovi biomarcatori consentiranno di studiare meglio la malattia perché “i marcatori dell’Alzheimer compaiono nel sangue prima che ci siano prove della malattia visibili con le scansioni cerebrali” e addirittura “prima che si presentino i sintomi”.

Questo significa che si potrà capire a che punto si trova un paziente nella progressione della malattia, ma pure che il disturbo potrà essere diagnosticato in chi non ha ancora manifestato la perdita di memoria, dunque anche in chiave preventiva.

Spiega Padovani: “Sappiamo da tempo che tenere sotto controllo alcuni dei 12 fattori di rischio individuati nel 2020 da una commissione della rivista Lancet non può forse evitare, ma certamente rimandare l’appuntamento con una malattia neurodegenerativa. La pressione arteriosa alta, ad esempio, è un co-fattore sotto diagnosticato nel 60% della popolazione”.

Con la giusta prevenzione – conclude Padovani – potrebbero essere evitate 4 diagnosi di Alzheimer su 10. Sapere che si è positivi a un biomarcatore non può che essere uno stimolo a lavorare con impegno e costanza sulla prevenzione, prendendo sul serio le strategie per migliorare la salute del cervello con l’obiettivo di cambiare la storia naturale della malattia”.

Asia Buconi
Asia Buconi
Classe 1998, romana. Laureata in Scienze politiche e relazioni internazionali, ama l’attualità e la letteratura, ma la sua passione più grande è la sociologia, soprattutto se applicata a tematiche attuali. Nel tempo libero divora film e serie tv.