giovedì, Novembre 26, 2020

A mezzanotte la Gran Bretagna ha detto “bye” all’Europa

Dopo 4 anni la democrazia britannica è fuori dell’Unione Europea. Alle ore 00:00 del 1 febbraio 2020 la Gran Bretagna dice bye, esattamente 1318 giorni dopo il referendum del 23 giugno 2016, passando attraverso ben 3 governi. La mozione di sfiducia ha portato alle elezioni per un nuovo Parlamento e all’applicazione di fatto dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona per l’uscita dall’Unione Europea. Il Primo Ministro ed ex sindaco di Londra Boris Johnson ha portato avanti una sorta di “crociata” per raggiungere questo obiettivo. La Gran Bretagna è sempre stata scettica riguardo alla sua appartenenza all’Unione Europea fin dal suo ingresso avvenuto nell’allora CEE nel 1973. La politica inglese ha sempre avuto un approccio autonomo a tal punto che durante i mandati della Lady di ferro la signora Margaret Thatcher, il governo inglese è arrivato ad “insegnare” la politica economica liberale di stampo Reaganiano a tutta l’Unione Europea. Si è quindi sempre trattato del vertice di un sistema inglobato in un altro sistema: il vertice del Commonwealth britannico, la madrepatria Inghilterra che apparteneva a sua volta a una unione sovranazionale di Stati Sovrani, l’Unione Europea.

Un precedente unico nella storia

L’uscita della Gran Bretagna in applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona costituisce un precedente unico nella storia delle istituzioni europee. Il vento dell’individualismo ha più volte soffiato da sud, in Grecia, e da Nord, appunto in Gran Bretagna. Per la verità questa ipotesi è stata più volte ventilata anche in Italia ma finora le forze politiche si sono convinte del fatto che l’uscita dall’Unione Europea sia un’opzione non realistica per quanto possibile.

Il percorso accidentato dell’attuazione del referendum

I Britannici hanno scelto l’uscita dall’Unione Europea mediante un referendum voluto dall’allora Primo ministro David Cameron che dopo l’esito della consultazione elettorale rassegnò le sue dimissioni. La residenza al numero 10 di downing street fu quindi occupata da Theresa May con l’obiettivo di realizzare la volontà espressa dal popolo inglese in sede referendaria. Ma il Parlamento britannico ha ripetutamente bloccato il processo d’uscita unendosi alle intenzioni scozzesi e ventilando addirittura l’ipotesi di un nuovo referendum che sarebbe stato, senza ombra di dubbio, dannoso per il principio democratico ed offensivo per l’espressione stessa della democrazia in un paese come l’Inghilterra che è noto per essere stato il primo ad affermare il primato del parlamento su quello della monarchia. A dicembre del 2019 le nuove elezioni hanno riconfermato una forte maggioranza parlamentare a sostegno del premier Boris Johnson esprimendo di fatto la volontà politica del popolo inglese di continuare sulla strada della Brexit nonostante i 3 anni e mezzo trascorsi dal referendum.

Un precedente “infettivo” ?

Nella Costituzione inglese è prevista la possibilità di un referendum per consentire al popolo di esprimersi su questioni di questo tipo. In Italia la cosa non sarebbe possibile perché gli articoli 72 e 75 della Costituzione non solo non prevedono la possibilità di referendum propositivi ma istituiscono la riserva d’assemblea, riservando cioè al Parlamento e solo al Parlamento la possibilità di ratificare o revocare l’adesione dell’Italia ai trattati internazionali. Potrebbe apparire come una limitazione della sovranità popolare prevista dal primo articolo e addirittura potrebbe far scricchiolare il tanto sospirato principio democratico che, nel medesimo articolo, trova il suo più ampio fondamento. Nella pratica non è così perché la carta Costituzionale riconosce, in ogni caso, il diritto di petizione a tutti i cittadini elettori. È la Costituzione britannica ad avere un limite da questo punto di vista permettendo di presentare petizioni che poi possono essere votate online, cosa realmente accaduta con relativo sabotaggio all’indomani del referendum del 2016.

E adesso?

Il premier inglese Johnson che all’indomani della vittoria elettorale del 12 dicembre 2019 aveva definito la Gran Bretagna la più grande democrazia del mondo, oggi ha avuto un tono molto conciliante nei confronti dell’Europa. Ovviamente saranno necessari nuovi accordi per consentire la circolazione di persone e merci ma la tradizione di governance politica e finanziaria a cui è fortemente votata la Gran Bretagna lascia intendere che nuovi accordi, bilaterali o multilaterali, sono sempre possibili. Del resto come diceva Bertrand Russel “La costa orientale inglese è lunga e piatta, quella dei Paesi Bassi è piena di approdi”. Questo la dice lunga su una tradizione di rapporti tra la Gran Bretagna e l’Europa, che affonda le sue radici nel regno di Elisabetta I e che non si è mai interrotta, nemmeno in concomitanza delle guerre napoleoniche e mondiali. di Domenico Di Sarno

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