- La rivoluzione del medico palliativista
- L’intervista alla dottoressa Stefania Cartesio sul ruolo del palliativista
- 1. chi è il medico specialista palliativista e perché questa nuova figura è cruciale per il paziente?
- 2. C’è un caso che hai trattato che ti ha colpito di più a livello umano?
- 3. Come si inserisce il palliativista in un contesto di affiancamento ad altri specialisti come oncologi, geriatri, cardiologi?
- 4. Qual è la vera rivoluzione della figura del palliativista?
- 5. Come si affrontano le emergenze e i pazienti più complessi?
Oggi è sempre più rilevante il ruolo del medico palliativista. Chi è e cosa fa? Non è solo lo specialista che accompagna i pazienti nei loro ultimi momenti di vita, ma nell’intero percorso terapeutico, mixando umanità e professionalità. In Italia le prime Scuole sono state istituite nel 2020 e attivate nell’anno accademico 2021-2022, prima di questo momento si poteva accedere alla professione attraverso Medicina e Cure Palliative, una specializzazione alquanto recente, che si è inserita in un contesto a lungo abitato da altri specialisti o medici con il solo master in cure palliative, senza specializzazione. Siamo di fronte quindi davanti a una novità assoluta.
Attualmente, sono 16 gli atenei italiani a ospitare la specializzazione, che ha l’intento di formare professionisti in grado di gestire la sofferenza dal punto di vista clinico, psicosociale ed etico.
La rivoluzione del medico palliativista
Quella del palliativista può essere definita una vera e propria figura rivoluzionaria in ambito sanitario, poiché per la prima volta questo tipo di formazione entra a pieno titolo nei percorsi accademici, con lo scopo non solo di accompagnare i pazienti verso la fine della vita ma, ancora più nel profondo, di controllare i sintomi e i bisogni degli assistiti, la proporzionalità delle cure, dare supporto nelle decisioni difficili, comunicare con pazienti e famiglie, coordinarsi con gli altri professionisti.
Proprio per tale ragione, la specializzazione in Cure Palliative è l’unica che dura quattro anni, costituendo un percorso accademico articolato in reparti ospedalieri, hospice e rete territoriale. In questi contesti, il palliativista può affiancare oncologi, geriatri, cardiologi, neurologi e altri specialisti, così da contribuire alla creazione di un percorso di cura specifico per ogni paziente.
La Scuola è nata proprio per andare in contro alle esigenze di una società sempre più anziana e caratterizzata da soggetti con multimorbilità e bisogni articolati. Gli specializzandi vengono così formati per gestire il dolore altrui, gli aspetti normativi relativi a ogni tipo di situazione, il lavoro di squadra e, soprattutto, casi di emergenza e di pazienti complessi. Ne consegue che l’obiettivo del palliativista non è solo quello di curare la malattia, piuttosto prendersi cura della complessità che c’è attorno. Potremmo definire il palliativista come un vero e proprio garante della dignità del paziente nelle fasi di cura.
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L’intervista alla dottoressa Stefania Cartesio sul ruolo del palliativista

Tra i medici che hanno optato per un percorso accademico in cure palliative c’è la dottoressa Stefania Cartesio, specializzanda in Medicina e Cure Palliative presso Università Cattolica del Sacro Cuore – Policlinico Universitario A. Gemelli. La redazione de “ildigitale.it” l’ha intervistata per spiegare perché la figura del palliativista è così rivoluzionaria: la professionista ci ha aiutato a comprendere quanto questa specializzazione superi l’aspetto farmacologico e includa una sfera emotiva più profonda, instaurandosi uno scambio reciproco, tra ciò che si fa per i pazienti e ciò che questi ultimi restituiscono ai medici.
1. chi è il medico specialista palliativista e perché questa nuova figura è cruciale per il paziente?
Il palliativista è una figura cruciale per il paziente ultracomplesso e con bisogni assistenziali particolarmente rilevanti e importanti. Bisogni assistenziali che dobbiamo immaginare a livello territoriale, perché in ogni regione d’Italia le cure palliative e l’assistenzialità purtroppo sono diverse e, quindi, vengono riversate sui medici di Medicina Generale, che si ritrovano molte volte ad avere questi pazienti complessi e a gestirli in maniera autonoma.
Il medico di Cure Palliative con la specialistica ha affrontato quattro anni di reparto, in cui è sceso in Pronto Soccorso per le urgenze dei pazienti sia in una fase di terminalità che in una fase di acuzie. Qui i pazienti trovano gli urgentisti ma capita spesso, anche adesso, che sia il palliativista a vederli. Si tratta di una figura che deve mettere d’accordo in maniera multidisciplinare, attraverso la clinica e attraverso la definizione del percorso di cura.
2. C’è un caso che hai trattato che ti ha colpito di più a livello umano?
Un caso che mi è rimasto tantissimo impresso, che mi è capitato durante il primo anno di specializzazione, è di una ragazza di 16 anni con una problematica ginecologica. Noi l’abbiamo conosciuta in una fase terminale della vita, le veniva data una chemioterapia orale ed era a un livello di drammaticità tale che, nonostante fosse già stata operata, bisognava confortare e supportare i colleghi nell’accettare che la malattia avesse preso il sopravvento. Non perché non se ne rendessero conto, ma perché è difficile far capire che una ragazza di 16 anni purtroppo può morire. È stato difficile e crudele, da un certo punto di vista. Io ero ancora specializzanda, quindi ho solo visto la parte relativa all’aspetto decisionale, ma anche determinate parole che si devono dire.
Noi, per esempio, abbiamo fatto molte lezioni sia di bioetica sia di psicologia, abbiamo gli psiconcologi, gli psicologi proprio per le cure palliative, che ci hanno aiutato anche nel modo di porgersi verso i pazienti, perché la prima particolarità è la comunicazione. Al paziente bisogna sempre comunicare in maniera chiara, precisa, senza giri di parole, perché dobbiamo renderci conto di chi abbiamo davanti a noi e cercare di trovare sempre le parole corrette, anche attraverso determinati tipi di frase. Dobbiamo renderci conto di quanto il paziente sappia e di quanto in realtà voglia sapere.
3. Come si inserisce il palliativista in un contesto di affiancamento ad altri specialisti come oncologi, geriatri, cardiologi?
Una cosa importante da definire è la proporzionalità della cura. A livello multidisciplinare, in una fase di decisione, il palliativista deve essere preso in considerazione. Non c’è soltanto una figura come l’oncologo o il geriatra, ma deve esserci anche una figura a supporto delle decisioni, perché molte volte vengono prese all’interno dell’ospedale e poi difficilmente si riesce sul territorio a tramutarle in qualcosa di veramente concreto.
4. Qual è la vera rivoluzione della figura del palliativista?
Il palliativista specialista con quattro anni di specializzazione può rivoluzionare perché ha una conoscenza tale sul paziente complesso che è, paradossalmente, un medico che può stare ovunque, sia in un reparto di Medicina Interna sia in uno di Geriatria, che a supporto dell’oncologo per andare ad aiutare sull’acuzie e su quelli che noi definiamo “i sintomi correlati durante la terapia attiva”.
Non si deve più vedere il palliativista come una fase di terminalità, cioè che viene chiamato soltanto per descrivere la fase terminale e per mettere la morfina, come spesso è inteso in Italia. Non è così, assolutamente, perché i bisogni clinici assistenziali e i bisogni palliativi, cioè quelli che può avere un paziente anziano, cronico, oncologico o anche cardiologico, la definizione della cura, un iter preciso, le DAT, Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, devono essere pane quotidiano anche di altre specializzazioni.
5. Come si affrontano le emergenze e i pazienti più complessi?
Un palliativista specialista potrebbe essere messo all’interno di una casa di comunità, alla stregua di un medico di Medicina Generale, o potrebbe aiutare in queste strutture anche a livello ambulatoriale. Il problema principale è che purtroppo noi come Scuola di Specializzazione non abbiamo ancora un’equipollenza.
Il Ministero della Salute e il Ministero dell’Istruzione stanno discutendo a riguardo e, nel frattempo, siamo ancora relegati all’hospice o in delle strutture private, perché nel pubblico non possiamo partecipare a concorsi di Geriatria o di Medicina Interna, per esempio, in quanto non abbiamo l’affinità e l’equipollenza.
È un problema, perché siamo dei medici preparati, che possiamo affrontare determinate situazioni. Essere relegati soltanto a un settore fa sì che anche le cure palliative ambulatoriali perdano il loro valore poiché, vedendo la situazione nelle varie regioni d’Italia, non ci sono tutti questi palliativisti ed è difficile supportare i numerosi pazienti.
Con il tempo ci si dovrà rendere conto che il paziente fragile sarà sempre più facile vederlo. Non ci sarà più un paziente con poche problematiche, proprio per quello che ho detto prima, perché aumentando la vita si aumenta sì la qualità, ma anche la potenzialità di avere delle malattie. Quindi sì, è importante la longevità, è sempre importante il concetto di qualità della vita in qualsiasi setting, perché è un mantra del medico delle cure palliative e dello specialista.
Se un paziente è già con una fragilità, sottoporlo o meno a un’altra chemioterapia è corretto? Non è corretto? Si devono prendere tante decisioni in maniera multidisciplinare, tutti insieme anche con gli altri colleghi, e non lasciarli soli, perché molto spesso l’oncologo, il radioterapista, viene demandato tutto a loro.
Secondo me non è più corretto, perché le fasi sintomatologiche sono tante e la sintomatologia relativa a una determinata patologia il palliativista la tratta e la tratta anche abbastanza bene. Noi abbiamo fatto tanto supporting care, sia nel paziente geriatrico sia nel paziente oncologico, perché noi abbiamo avuto la possibilità di stare nel reparto di radioterapia e abbiamo visto come in maniera multidisciplinare viene trattato e siamo dei medici preparati a questo.
Ringraziamo la dottoressa Stefania Cartesio per aver condiviso la propria esperienza di formazione, fatto luce su una figura sempre più fondamentale e rivoluzionaria nel settore terapeutico e per aver evidenziato quella che è la situazione attuale in Italia in merito al medico specialista palliativista.
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