Il settore delle neuroscienze, uno dei più attivi dal punto di vista tecnico-scientifico, continua a dare un contributo molto importante in materia di salute, ricerca e sviluppo, stavolta introducendo le lingue come fonte di ringiovanimento della mente umana.
Lo studio in questione, presentato recentemente in occasione del FENS Forum 2026 tenutosi a Barcellona, tratta il tema del multilinguismo, nello specifico sulle modalità secondo le quali il cervello, stimolato dall’apprendimento di più lingue contemporaneamente, potrebbe ringiovanire di ben 13 anni.
I contributi scientifici provenienti a tal proposito derivano da un’approfondita ricerca sul campo effettuata nei Paesi Baschi, noti per le loro variegate contaminazioni linguistiche che lo rendono un ecosistema unico nel suo genere: si conta, stando ai dati riportati su “Focus”, il coinvolgimento di ben 900 persone.
Nonostante sia chiaramente migliore sotto l’aspetto neurologico sviluppare il multilinguismo già in tenera età, lo studio attesta anche come sia altrettanto forte l’impatto che questo fenomeno abbia sui soggetti più anziani.
Come il multiliguismo può ringiovanire il cervello: lo studio di neuroscienze

Lo studio sul multilinguismo, condotto dai principali studiosi esperti di neuroscienze provenienti da diversi dipartimenti specializzati come il Basque Centre of Cognition (BCBL) di San Sebastian e le Università di Buenos Aires e Santiago de Chile, ha l’obiettivo di individuare in modo empirico i fattori principali, legati allo stile di vita, che favoriscano un invecchiamento sano, una delle principali priorità della salute pubblica.
Naturalmente, i fattori legati a un sano e progressivo passaggio alla terza età vanno di pari passi con il ringiovanimento della mente, considerata la leva fondamentale sul quale basare l’intera casistica legata alla ricerca in questione.
Il cuore scientifico del progetto è incentrato sull’utilizzo del cosiddetto “orologio dell’invecchiamento”, ossia modelli di apprendimento automatico, o machine learning, addestrati sulla base di dati bio-comportamentali e di neuroimaging per stimare il divario tra l’età prevista dall’algoritmo e quella anagrafica.
Un altro strumento utilizzato, costruito dai ricercatori che riguarda invece il lato più orientato sulle neuroscienze allo stato puro, è l’ “orologio cerebrale”. Questo ausilio, basato sulla magnetoencelografia (MEG) ha lo scopo di individuare e analizzare, su diversi livelli linguistici pre-impostati, le associazioni neurali tra l’esperienza linguistica e l’organizzazione funzionale delle reti cerebrali.
I risultati mostrano una situazione chiara, che in base a come viene letta può anche essere incoraggiante: mentre il monolinguismo è associato all’invecchiamento precoce, il fenomeno del multilinguismo rallenta considerevolmente questo processo degenerativo. In particolare, come riportato da “Focus”, confrontando età cerebrale biologica e reale, chi parla fino a quattro lingue possiede un cervello fino a ben 13 anni più giovane.
Quindi, si può dedurre che, dal punto di vista individuale, una maggiore padronanza di più lingue è associata a un età neurologica inferiore a quella anagrafica, con un effetto che aumenta all’incrementarsi del numero di lingue parlate.
In particolare, in merito a un discorso più specifico sulla seconda lingua, questo è l’intervento a riguardo di Lucia Amoruso, leader del gruppo “Neurobiology of language” presso il Basque Centre on Cognition di San Sebastian, presso la conferenza a riguardo del FENS Forum, riportata da “Focus”:
Una maggiore competenza linguistica e un’acquisizione più precoce della seconda lingua sono state associate ad un invecchiamento più ritardato
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Lo studio di NEUROSCIENZE sul multilinguismo come contributo per le malattie neurodegenerative
Alla luce dei risultati dello studio neuroscientifico, quindi, il multilinguismo si propone come soluzione concreta all’invecchiamento precoce: infatti, come è empiricamente provato che il suo fenomeno sia più assimilabile, quindi efficace, sui bambini, d’altro canto i soggetti anziani non sono immuni a questo fenomeno, anzi.
Dai risultati della ricerca si deduce che l’esperienza multilingue può rappresentare un fattore in grado di rafforzare la cosiddetta resilienza cognitiva, sia sul piano individuale che sociale. Quindi, seppur in maniera più ponderata e, per certi versi, differente, gli studi sulla capacità neurale di parlare diverse lingue in età più avanzata potrebbe volgere a scoperte per adesso inimmaginabili.
Dunque, l’autorevole gruppo di ricercatori ora si pone un nuovo obiettivo, per ampliare ancora il contributo in favore della salute pubblica: replicare la stessa progettazione dello studio coinvolgendo stavolta individui affetti da malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, la malattia simbolo dell’invecchiamento cerebrale.
Tutto questo nella speranza che, un giorno, anche una spaventosa patologia come quella possa essere combattuta con strumenti ancora più efficaci di quanto l’area di ricerca e sviluppo su questo particolare argomento non ne abbia già fatto scoperta.
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