Giusy Versace a vent’anni dall’incidente: “Ho sviluppato una tremenda voglia di vivere”

Vent'anni dopo l'incidente che le ha cambiato la vita, Giusy Versace ci racconta come il coraggio di ripartire possa aprire porte straordinarie.

Silvia Buffo
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È possibile sfidare i nostri limiti fino a superarli? Ne parliamo con Giusy Versace, calabrese, classe 1980, lei può testimoniare che la vita può toglierti molto, ma allo stesso tempo offrirti opportunità straordinarie proprio quando ti costringe a cambiare. Nel 2005, un incidente in autostrada le porta via entrambe le gambe e divide la sua esistenza a metà. Da un lato tutto quello che c’era prima, dall’altro tutto quello che sarà poi.

Nipote del fondatore della maison Versace, Giusy cresce con un cognome che pesa quanto vale, ma è dopo l’incidente che trova davvero la sua voce. Nel 2010 torna a correre, con le protesi, e diventa la prima donna italiana con doppia amputazione a gareggiare in pista. Arrivano le medaglie paralimpiche, i libri, il teatro, la televisione. Poi il Parlamento, dove porta battaglie concrete, come quelle per l’accesso alle protesi di ultima generazione per tutti, l’ingresso degli atleti paralimpici nei gruppi sportivi militari e di polizia, leggi che oggi esistono proprio grazie a lei. A vent’anni dall’incidente Giusy Versace è una donna che ha trasformato ogni perdita in un punto di partenza.

L’abbiamo intervistata per respirare un po’ della sua energia speciale, ma soprattutto per capire come si fa a invertire la vita davanti a un ostacolo, continuando a orientarla a favore dei sogni.

L’Intervista a Giusy Versace

Giusy Versace

1. Chi era Giusy Versace prima dell’incidente e chi è adesso?

Quando qualcuno mi chiede chi sei dico: “Un’inguaribile ottimista“. Esattamente quello che ero prima dell’incidente del 22 agosto del 2005, che di fatto ha segnato un prima e un dopo, dividendo la mia vita a metà: continuo ad essere un’inguaribile ottimista e ho sviluppato una tremenda voglia di vivere.

2. Tuo padre dice “Una volta tu eri la figlia di Versace, adesso io sono diventato il papà di Giusy Versace“. Come hai trovato la tua identità?

Sono cresciuta con un nome certamente prestigioso, di cui vado assolutamente fiera, ma è anche un nome decisamente pesante per certi aspetti, che mi investe di responsabilità in ogni passo che faccio. Però mio padre ripeteva “Sono io il papà di Giusy Versace“, anche se ci sono voluti anni per aiutare la gente a non guardarmi come ‘la figlia di’, ‘la nipote di’.

Tutto ciò anche grazie allo sport e al coraggio di giornalisti che hanno saputo raccontare le mie imprese, la mia storia, ma non solo la mia, quella di tanti atleti paralimpici che hanno comunque aiutato la gente a guardare alla disabilità con occhi nuovi. E dopo 15 anni non sono più ‘la figlia di’, ‘la nipote di’, sono diventata Giusy Versace l’atleta, Giusy Versace la ballerina. Poi qualcuno si ricorda che sono anche senatrice della Repubblica, ma questo sembra sempre contare meno.

3. Giusy Versace è tra le donne più premiate d’Italia, come vivi questi riconoscimenti?

Vengo spesso coinvolta in serate in cui vengono consegnati dei premi, premi alla carriera, premi per il coraggio, premi per i miei libri. Mio fratello scherzando dice sempre: “Questi premi non sanno più a chi darli“, perché in realtà tra premi, targhe e riconoscimenti non so più dove metterli. Io rido della battuta di mio fratello, però onestamente quando poi li rivedo sulla libreria, o comunque mi capita di leggere anche le motivazioni, in molti casi realizzo che senza volerlo sono riuscita anche a lanciare un messaggio di speranza, a stimolare altri che pensano di non farcela.

Sono diventata, mio malgrado, anche punto di riferimento per qualcuno. Non credevo possibile riuscire a fare tutte le cose che ho fatto, e quando mi chiamano per consegnarmi un premio mi ricordano che, nonostante tutto, con le mie gambette finte sono riuscita a fare delle cose importanti. Beh, questo mi inorgoglisce per certi aspetti, ma mi responsabilizza molto per altri.

4. Le tue protesi in fibra di carbonio sono tra le più avanzate tecnologie applicate al corpo umano. C’è un momento in cui hai smesso di sentirle uno strumento e sono diventate parte di te?

La tecnologia e l’innovazione possono solo aiutare, agevolare un processo di autonomia per una persona che vive con una disabilità, ma se non lavoriamo tutti quanti affinché questa tecnologia sia davvero accessibile a tutti, non possiamo dire di aver offerto davvero un servizio. Io cammino e mi muovo con un piede in carbonio molto evoluto. Il mio, banalmente, costa 5.000 euro e qualcosa più IVA, e non è nel Nomenclatore Tariffario Nazionale dei LEA. Quindi noi applaudiamo gli scienziati, i ricercatori che mettono in campo tecnologia e innovazione anche nella protesica, ma ora dobbiamo lavorare affinché sia per tutti. Non possiamo lasciarla solo a pochi.

5. Come vengono viste dalla gente comune davvero queste protesi, tra miti e pregiudizi da sfatare?

Alcuni, i bambini sono giustificati, pensano che siano le protesi a farmi vincere le gare. I bambini credono che io vinca perché ho un pulsante o un telecomando nascosto da qualche parte. Mi vedono correre con le lame in carbonio che molleggiano e io spiego loro che non molleggiano da sole. In realtà sono foglie di carbonio e, sulla base del mio peso, tanta più forza gli dai altrettanta te ne restituisce. Quindi ti devi allenare anche a saperla utilizzare, quella tecnologia.

Certamente mi ha dato la possibilità di affrontare una passeggiata per Roma che è piena di sampietrini, posso affrontare una salita, una discesa o dei gradini con una scioltezza diversa rispetto a se indossassi un piede più rigido.

6. Ci sono giorni in cui ti pesa indossare le protesi?

Sì, perché la tecnologia pesa. Ci sono delle giornate in cui vorrei lanciarle dalla finestra. Poi penso che mi servono e me le tengo. Non c’è stato mai un momento in cui le ho sentite corpo estraneo, anche se le metto e le tolgo come voi cambiate le scarpe a seconda della giornata e di quello che dovete fare. Voi cambiate le scarpe e io cambio le gambe.

Però fin dal primo momento le ho accettate e ho cercato di fare amicizia con le mie nuove gambette finte, perché sono parte di me. Ho imparato fin da subito a indossarle la mattina appena mi alzo dal letto e le tolgo la sera alla fine della giornata quando decido di andare a dormire, tranne quando sono stesa sul divano a guardare un film, sto più comoda se le sgancio e diventano un ottimo portatelecomando.

7. Da senatrice hai ottenuto un fondo da 5 milioni di euro per ausili tecnologici avanzati e ti batti per aggiornare il Nomenclatore Tariffario. Quanto manca in Italia per l’accessibilità a tutti?

La tecnologia ha fatto passi da gigante e consente sicuramente a una persona amputata di poter raggiungere un’autonomia differente, questo aiuta anche sul piano psicologico. Certo è che, finché il nomenclatore dei LEA non viene aggiornato in maniera sistematica davvero seria e consistente, non possiamo dire che la tecnologia sia per tutti.

Io mi sono battuta tantissimo per stanziare un fondo nazionale, un fondo sperimentale inizialmente di 5 milioni di euro che è stato poi rifinanziato nella penultima legge di bilancio per altri 3 milioni, quindi un totale di 8 milioni distribuiti per le Regioni, per consentire di pagare i cosiddetti extra LEA o comunque quei codici che non sono previsti nel Nomenclatore.

Però c’è ancora molto da fare, perché comunque ancora oggi non tutte le Regioni hanno utilizzato questi fondi. Ancora oggi c’è gente che denuncia, in qualche modo, questa discriminazione rispetto all’accesso alla tecnologia. Tanto è stato fatto, molto ancora c’è da fare, però sicuramente siamo sulla buona strada, perché la sensibilità della comunità, della collettività, delle istituzioni, delle associazioni, ma anche delle persone con disabilità è cambiata e c’è la voglia di rendere più autonome possibili le persone, in cui solo la tecnologia ha un ruolo decisamente importante.

8. Hai contribuito alla legge che equipara gli atleti paralimpici agli olimpici, una vittoria enorme. Si riuscirà a cambiare anche la cultura?

Lo sport paralimpico, oggi, è molto più conosciuto. Quando ho iniziato io, nel 2010, dovette arrivare un sudafricano in Italia che si chiamava Oscar Pistorius, sulla cui vicenda personale stenderei un velo pietoso, però bisogna riconoscere a lui il merito di aver acceso in maniera molto forte i riflettori sul nostro mondo. Prima dell’arrivo di Pistorius in Italia non si parlava di sport paralimpico.

Ci sono stati tanti italiani che hanno vinto delle medaglie importanti, ma nessuno ne parlava. Quando iniziai a correre io, proprio nel 2010, mi dicevano: “Lascia stare, non c’è nessuno che lo fa, non lo puoi fare, non c’è nessuna donna che lo fa, non c’è nessuna donna biamputata che lo fa, non hai il corpo da atleta“. Ho detto: “Adesso corro per ripicca“.

Io ho iniziato a correre per sfida, per scommessa, anche per dare uno schiaffo morale a quello che diceva che sarei caduta. Sono diventata la prima donna in Italia a correre senza due gambe, ma sono felice di aver tracciato una strada perché dopo di me ne sono arrivate altre. In questo percorso di atleta paralimpica ho scoperto l’importanza dei gruppi sportivi militari e di polizia che fino a qualche anno fa non prevedevano l’accesso delle persone con disabilità, perché per accedere a un gruppo sportivo servono dei requisiti tra cui la sana e robusta costituzione, quindi andava modificata la legge.

Io ci ho lavorato nella scorsa legislatura, tre anni, raccogliendo firme da tutte le parti, confrontandomi con tutti i capi dei gruppi sportivi. Devo dire che sembrava una cosa impossibile, io ho dimostrato che era solo difficile, non era impossibile, perché oggi è legge. Io sono felice del fatto che il DNA di quella legge porti il mio nome e certamente andrebbe migliorata, sicuramente si può fare di più.

9. Dalla tua storia abbiamo solo da imparare, cosa vorresti dire a chi si perde d’animo?

Lo sport insegna che se cadi ti puoi rialzare. Ti insegna che se manchi un obiettivo te ne puoi porre subito uno nuovo. E poi la vita è fatta di sorprese, offre opportunità. La vita toglie, ma dà. A volte ti toglie tanto, però altre volte ti offre grandi opportunità. Noi dobbiamo soltanto trovare il coraggio di aprire quella porta, di incamminarci verso quella strada che apparentemente non è asfaltata, però non sai dove ti porta.

Probabilmente se non avessi rischiato di morire, se non avessi perso le gambe, ci avrei messo un’intera vita a imparare tutte queste cose. Eppure, se mi guardo indietro, io quest’anno ho festeggiato vent’anni dal mio incidente, anzi, ora nel 2026 festeggio il ventunesimo, e quando mi guardo indietro penso pure che io vent’anni fa non avrei scommesso neanche un euro su di me. Probabilmente se l’avessi fatto avrei pure perso.

Io senza gambe sono tornata a camminare, sono tornata a guidare, ho preso pure il patentino dello scooter, adesso sto per prendere la patente nautica, faccio tantissime cose. Ho ballato, ho vinto una gara dove le gambe sono protagoniste proprio io che non ce le ho, ho fatto il volo dell’aquila al Carnevale di Venezia, ho scritto due libri, ho fatto teatro, ho lavorato in radio, in TV, sono poi entrata in Parlamento.

Ho fatto tante di quelle cose che forse un’intera vita non sarebbe bastata neanche per pianificarle. Tutte cose che mi hanno comunque riempito il cuore. Una tra tutte la ‘Disabili No Limits’, l’associazione che ho fortemente voluto fondare nel 2011, con cui non solo promuovo lo sport come terapia e mezzo di inclusione sociale, ma raccogliamo fondi, non mi piace nemmeno dire per regalare protesi, sedie a rotelle, gambe, braccia.

Mi piace pensare che regaliamo nuove opportunità di vita. Il fatto di offrire agli altri le stesse opportunità che ho avuto io, mi fa sentire una persona migliore. Mi aiuta anche a dare un senso alle mie nuove gambe finte. Mi aiuta a dare un senso a tutto quello che faccio e che rappresento.

Giusy Versace

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