Cos’è la bellezza oggi? L’arte e l’AI si mescolano in una nuova armonia: l’intervista ad Andrea Crespi

Come cambia l'arte nell'era dell'AI? Lo chiediamo ad Andrea Crespi, tra i più influenti testimoni della scena artistica digitale italiana.

Silvia Buffo
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Come cambia l’arte nell’era digitale? Come evolve il rapporto tra arte e tecnologia e cos’è oggi la bellezza? Indubbiamente ci troviamo davanti a un nuovo rinascimento — artistico e tecnologico insieme — ne parliamo con un testimone diretto: Andrea Crespi, artista tra i più influenti della scena digitale italiana.

Già nella sua mostra, Artificial Beauty, tenutasi a porte chiuse alla Fabbrica del Vapore, ci aveva suggerito le prime risposte, indagando il divenire della bellezza in una realtà sempre più in osmosi con la dimensione AI, che dal 2021, momento zero e punto di non ritorno, si è innestata nel quotidiano delle nostre vite con la sua freccia scagliata inesorabilmente nel futuro.

Riconosciuto a livello nazionale e internazionale per la sua ricerca tra arte, tecnologia e percezione, Andrea Crespi sviluppa l’attività artistica tra media fisici e digitali, esplorando temi come l’illusione ottica, la trasformazione sociale e la rivoluzione digitale. Le sue opere sono state esposte in istituzioni prestigiose, tra cui la Triennale di Milano, il CAFA Art Museum di Pechino, Times Square a New York e Art Dubai.

La sua produzione si basa sul concetto di “Neosintesi”: un approccio che unisce passato e futuro, tradizione e avanguardia, attraverso un linguaggio essenziale, capace di distillare la complessità del presente in forme semplici e immediate.

Nasce una nuova idea di bellezza: l’intervista ad Andrea Crespi

1. Artificial Beauty, la tua mostra alla Fabbrica del Vapore, metteva faccia a faccia Veneri classiche e corpi generati dall’AI. Secondo te chi decide cosa è bello, oggi, l’uomo o l’algoritmo? Possiamo portare ancora avanti un’idea di bellezza al di là del trend?

Non è bello ciò che è bello, ma ciò che ci è stato insegnato a riconoscere come tale. Cresciamo immersi in un sistema di riferimenti che costruisce nel tempo la nostra idea di bellezza. Un’idea che non è fissa, ma in continua evoluzione. Se esiste una forma di bellezza “oggettiva”, è quella radicata nel nostro immaginario classico: proporzione, armonia, equilibrio. Un codice che resiste ai trend perché è diventato struttura. Un evergreen. L’algoritmo non decide davvero cosa è bello, ma amplifica ciò che già siamo, adattandolo al nostro tempo.

2. Hai iniziato a usare l’optical art perché Instagram censurava il nudo, hai trovato un linguaggio visivo per aggirare un filtro digitale. Quanto le piattaforme social cambiano il modo di ideare e fruire dell’arte?

Sempre più spesso vediamo opere pensate per dialogare con l’algoritmo, per essere amplificate, per funzionare dentro un sistema di visibilità. È un passaggio naturale. L’arte è una forma di comunicazione, e come ogni linguaggio si adatta agli strumenti attraverso cui viene trasmessa. Non è più solo l’artista a immaginare l’opera, ma anche il sistema in cui quell’opera dovrà esistere.

3. Sei stato uno dei primi artisti italiani nella cryptoart e negli NFT. Ora che l’hype si è sgonfiato, cosa rimane di quella rivoluzione, e cosa è stato solo rumore?

La grande speculazione intorno agli NFT è stata ciò che ha generato più rumore. Oggi che la bolla si è sgonfiata, ciò che rimane è l’infrastruttura. La possibilità di attribuire a un bene digitale unicità, proprietà e tracciabilità. E come in ogni fase post-hype, avviene una selezione naturale. Scompaiono i progetti nati per speculare, restano quelli che hanno una reale affinità con l’ecosistema. Quando il rumore cala, si sente solo chi davvero ha qualcosa da dire.

4. Non vieni dall’Accademia, vieni dalla comunicazione e dal design. quanto incide sul mestiere di artista saper costruire un personal brand e ragionare su pubblico e mercato?

Credo che oggi, in un panorama iperconnesso e ipercompetitivo, non basti solo la capacità tecnica o poetica. È necessario sviluppare anche una serie di soft skills che permettono di trovare il proprio posizionamento in quello che, di fatto, è un vero e proprio mercato. Oggi non basta fare arte. Bisogna anche sapere dove e come farla esistere.

5. I tuoi lavori sono stati su maxi schermi a Times Square, al CAFA Museum di Pechino, ad Art Dubai. Cosa cambia nell’esperienza di un’opera quando il contesto è una metropoli globale invece di una galleria italiana?

Quando lavori in un contesto globale hai la consapevolezza di dialogare con un pubblico ampio, eterogeneo e con riferimenti culturali diversi. Questo ti porta a cercare un linguaggio più universale, più diretto, capace di essere compreso a più livelli. Detto questo, il mio lavoro non cambia nella sua essenza. C’è sempre un filo conduttore, una visione precisa che rimane coerente indipendentemente dal contesto. Non cambio ciò che dico, ma il modo in cui lo rendo leggibile al mondo.

6. Tra cinque anni, come immagini che l’AI avrà cambiato il mestiere dell’artista, chi sopravvive e chi diventa obsoleto?

L’AI renderà accessibile a tutti la produzione visiva, quindi il valore non sarà più nel “fare”, ma nel pensare, scegliere e dare direzione. Sopravvive chi ha una visione, un linguaggio riconoscibile e la capacità di usare la tecnologia come estensione del proprio pensiero. Diventa obsoleto chi si limita a produrre immagini senza identità, perché quello l’AI lo farà sempre meglio e più velocemente. L’AI crea immagini. L’artista crea significato.

7. Alla 61ª Biennale di Venezia porterai un progetto sull’isola della Giudecca: in che modo il tuo lavoro continua a mettere in dialogo il classico e il contemporaneo attraverso la tecnologia?

Alla 61ª Biennale di Venezia presenterò Thetis, un’opera in cui una medusa olografica custodisce il ritratto di una divinità marina. Il lavoro nasce dal dialogo tra classico e contemporaneo. Attraverso l’olografia, l’archetipo riemerge come un’apparizione contemporanea, mettendo in discussione il rapporto tra umano e non-umano e il nostro modo di percepire il vivente. Non è il mito a evolversi. È il nostro sguardo.

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