lunedì, Agosto 8, 2022

“Sono andato in paradiso, ma mi hanno costretto”: 73 anni fa la mafia uccideva il piccolo Giuseppe Letizia

Quando la mafia uccide i bambini. Il ricordo di Giuseppe Letizia e delle altre giovani vittime.

Tommaso Panza
Salentino, classe 1993. Una laurea in mediazione linguistica. Fondazione Basso(Roma). Amante della lettura e del cinema, in particolare delle opere che raccontano spaccati di realtà. Deciso sin da piccolo a diventare un giornalista.

Oggi ricorre il 73° anniversario della morte del piccolo Giuseppe Letizia, ucciso dalla Mafia per aver assistito all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto.

Il suo ricordo, anche per onorare tante altre piccole vite.

In ricordo di Giuseppe Letizia e Placido Rizzotto

Il 10 e l’11 marzo del 1948 sono due date che, senza dubbio, resteranno marchiate a fuoco nella già tristemente nota, cronaca di Corleone. Probabilmente perché possono essere considerate la genesi della violenza mafiosa a partire dal secondo dopoguerra.

Due date che sono strettamente collegate non perché siano consecutive, ma perché quello che successe il giorno prima sarà la causa scatenante di quello che successe il giorno dopo.

Chi è il sindacalista Placido Rizzotto

placido rizzoto sindacalista contro mafia di leggio

Placido Rizzotto nel 1948 è un giovane idealista. Ha fatto la guerra, decidendo poi alla fine del secondo conflitto mondiale di far ritorno al suo paese natale, Corleone appunto, dove svolge il ruolo di segretario della camera del lavoro.

Rizzotto è a capo del movimento contadino per la rivendicazione delle terre. In terre di mafia però, si sa, se rivendichi qualcosa, prima o poi qualcuno storce il naso.

Un giorno, una delle tante manifestazioni contadine, si concentra sulle terre di Strasatto. Quelle sono le terre di Luciano Liggio, almeno così è stabilito nella logica della spartizione mafiosa.

Liggio in quel periodo non è ancora capo dei corleonesi, è solo il braccio destro di quello che è l’allora capo, Michele Navarra. Quest’ultimo, anche direttore sanitario dell’ospedale locale.

Quella rivendicazione segnerà la condanna a morte di Rizzotto. Rapito e ucciso il 10 marzo.

Giuseppe Letizia, 12 anni, è il primo bambino innocente morto ammazzato dalla Mafia

Giuseppe Letizia ha 12 anni e, come molti ragazzini siciliani della sua età, fa il pastorello nelle campagne. Quel giorno però il piccolo Giuseppe non può credere ai suoi occhi.

Mentre era in quelle campagne a pascolare il gregge, vede degli uomini pestare a sangue un tizio, per poi finirlo con tre colpi di pistola (esplosi da Luciano Liggio) e buttare il suo corpo in una delle “gole” che caratterizzano quei territori. Il corpo è quello di Placido Rizzotto.

Giuseppe è terrorizzato, così tanto da non emettere un fiato, a tal punto da svenire. Il piccolo pastorello verrà trovato e risvegliato dal padre, preoccupatissimo, perché Giuseppe è in stato di schock e urla delle frasi che quel genitore non riesce a comprendere.

Preoccupato, il papà il giorno dopo lo porta in ospedale, perché pensa che il figlio abbia deliri febbrili. È l’11 marzo 1948.

In quell’ospedale ovviamente il direttore è Michele Navarra, a cui Giuseppe racconta tutto. Badare che, fino a quel momento, nessuno dei due sapeva chi fosse l’altro.

Navarra capisce che il piccolo Giuseppe Letizia è stato testimone involontario e lo affida a uno dei suoi dottori, Ignazio Dell’Aira, che praticherà sul bambino un’iniezione letale, dichiarando poi il suo decesso per tossicosi.

Le indagini su i due omicidi furono condotte, proprio dall’allora capitano di Corleone, Carlo Alberto dalla Chiesa che, nel 1982 cadrà vittima della violenza della seconda generazione mafiosa di corleonesi, figlia ovviamente di questa raccontata.

In un post su facebook, Paolo Borrometi ha voluta ricordare la figura del piccolo Giuseppe Letizia, probabilmente il primo bambino, ma non l’ultimo, ucciso dalla mafia.

Le tante vittime innocenti della Mafia

mafia uccide

Le vittime innocenti della violenza criminale in Italia ormai sappiamo non contarsi più. E sappiamo ancora meglio che quel codice etico che impediva di fare del male a donne e bambini non è mai esistito. Nel nostro Paese i ragazzini ammazzati dalle mafie, quelli accertati almeno, sono 125.

Ammazzati per capriccio, per vendetta, per caso, perché testimoni involontari, perché figli, amici o parenti di o perché nati in posti poco fortunati. Oppure perché andava fatto punto e basta.

Giovanni, Riccardo, Lorenzo e Benedetto

Giovanni, Riccardo, Lorenzo e Benedetto nel 1978 hanno rispettivamente 15 (i primi due) 14 e 13 anni. Il 13 aprile di quell’anno scippano la madre di Nitto Santapaola. La storia verrà raccontata dal pentito Antonino Calderone alcuni anni dopo:

Li abbiamo sequestrati e rinchiusi in una stalla perché disturbavano la tranquillità del quartiere con continui atti di teppismo.

Vennero strozzati e buttati in un fosso.

Il più piccolo Benedetto, era ancora vivo in quel momento.

73 anni fa Giuseppe Letizia andava in paradiso

Giuseppe Letizia è stato il primo bambino innocente morto ammazzato dalla Mafia, eppure a distanza di 73 anni viene ancora ricordato. Oggi magari direbbe, e non solo lui ma tanti altri: “Sono andato in paradiso, ma mi ci hanno costretto”.

Viene ricordato perché la memoria è l’arma più grande di lotta, per far capire a chi magari non c’era negli anni più cruenti, che forse oggi vale la pena di raccogliere il testimone di chi è morto in quei giorni. Anche se siamo un popolo che ha la memoria corta. Un popolo che ha vissuto, e continua ancora oggi a vivere, la violenza delle mafie, dopo quasi 200 anni, in un clima spesso di indifferenza.

Una lotta alle mafie che spesso viene lasciata in mano ai singoli territori o alle singole figure professionali e non.

Il Covid probabilmente ha dato anche via libera alle mafie per riprendere a proliferare sotto l’aspetto territoriale ed economico.

A memoria negli ultimi 25 anni non si ricorda un presidente del Consiglio che nel suo discorso di insediamento abbia menzionato la lotta alle mafie tra i punti principali del proprio programma di Governo.

Tanti genitori che ancora oggi nel 2020 a distanza di 10, 20, 30 anni aspettano di conoscere i volti degli assassini dei proprio figli o che questi vengano riconosciuti almeno come vittime innocenti dallo Stato.

La mafia non è il passato

mafia

Marzo è il mese della memoria.

Ogni anno in tutte le piazze d’Italia viene celebrata il 21 marzo la giornata in onore di tutte le vittime innocenti della mafia. Il Covid l’anno scorso, per forza di cose, ha impedito di scendere nelle piazze e probabilmente lo farà anche quest’anno, ma l’impegno resta lo stesso.

La violenza delle mafie non fa parte del secolo scorso, ma ha varcato prepotentemente la soglia di quello corrente, e che tu sia uomo, donna o bambino non vieni risparmiato se non hai il sostegno giusto per dire basta. Di mafia si muore anche senza avere ancora l’età per innamorarsi, , proprio come successo al piccolo Giuseppe Letizia.

Nicola Campolongo è stato ucciso a 3 anni, insieme al nonno ‘ndranghetista, Giuseppe Iannicelli nel 2014. Quest’ultimo si portava spesso il nipotino proprio per timore di essere fatto fuori. Non è bastato. Il 19 gennaio 2014, a Cassano allo Ionico, il piccolo “cocò” cade vittima, insieme al nonno mafioso e alla compagna di 27 anni, ammazzato a colpi di pistola e poi bruciato con 15 litri di benzina.

Ormai viene ripetuto spesso e ovunque, e non dobbiamo mai smettere di ripeterlo e gridarlo. La storia di chi ha perso la vita per sbaglio dovrà essere raccontata per sempre, perché ci sarà sempre qualcuno che avrà voglia di ascoltarla.

Leggi anche: Convivere con la paura e sotto scorta, intervista a Paolo Borrometi

Tommaso Panza
Salentino, classe 1993. Una laurea in mediazione linguistica. Fondazione Basso(Roma). Amante della lettura e del cinema, in particolare delle opere che raccontano spaccati di realtà. Deciso sin da piccolo a diventare un giornalista.

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