Uomo colpito da ictus e incapace di parlare, ora comunica in 2 lingue grazie a impianto cerebrale AI

Un giovane spagnolo ha perso l'abilità del linguaggio dopo un ictus. Ma grazie a un sistema di intelligenza artificiale è riuscito a comunicare in due lingue diverse: come è stato possibile?

Ilaria De Santis
Ilaria De Santis
Classe 1998. Esperta in Editoria e scrittura, è molto attenta ai dettagli, scrive poesie e canzoni ed è appassionata di musica, serie TV e sceneggiatura. “In tristitia hilaris, in hilaritate tristis”.
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Un ictus può provocare danni devastanti sul corpo e sulla mente della persona colpita: gli arti possono risultare paralizzati, e può influire anche sulla facoltà di linguaggio.

Questo è il caso di un giovane 20enne di madrelingua spagnola, soprannominato da tutti Pancho, che non ha mai parlato inglese. Il giovane è stato protagonista di uno studio pubblicato sulla rivista “Nature Biomedical Engineering”, condotto da un gruppo di scienziati dell’Università di San Francisco.

Un sistema di intelligenza artificiale collegato al cervello del paziente con elettrodi ha decodificato ciò a cui stava pensando in due lingue diverse, sia in spagnolo sia in inglese, quest’ultima lingua che Pancho non conosceva affatto.

Per portare avanti lo studio, il team di ricerca ha creato un sistema di AI, con un modulo in entrambe le lingue, per decifrare i pensieri del giovane colpito da ictus e tramutarle in parole. Tale risultato è stato supervisionato da uno degli autori dello studio, Alexander Silva, che ha analizzato il linguaggio di Pancho post-ictus, mentre cercava di pronunciare ― a mo’ di grugniti ― all’incirca 200 parole.

Tale metodo innovativo svela come il cervello umano è in grado di elaborare il linguaggio e ulteriori ricerche potranno portare all’implementazione di dispositivi elettronici ― tramite l’uso dell’intelligenza artificiale ― che possano aiutare alcune persone che hanno perso la capacità di comunicare verbalmente.

La storia di Pancho e lo studio sul suo linguaggio dopo l’ictus

Il giovane Pancho, dopo aver compiuto 30 anni, ha conosciuto Edward Chang, neurochirurgo dell’università della California di San Francisco, la cui ricerca si è sempre incentrata sui meccanismi cerebrali per la parola, il movimento, le emozioni e l’apprendimento.

Nel 2021 l’équipe medica guidata dal dottor Chang gli ha impiantato per via chirurgica degli elettrodi sulla corteccia cerebrale per registrarne l’attività neurale, poi riportata in parole su uno schermo apposito.

Perché questo studio assume una portata rivoluzionaria? La prima frase di Pancho è stata interpretata in lingua inglese, grazie all’uso dell’AI. L’intelligenza artificiale, infatti, con i modelli di lingua inglese e spagnola, sulla base di un’analisi di probabilità delle parole che potrebbero comporre una frase con un semplice input, cerca di comprendere quali saranno i termini effettivamente utilizzati da chi tenta di pronunciarle a fatica, individuando l’idioma di arrivo.

Nel caso di Pancho, quindi, il risultato dell’impianto cerebrale, è stato il seguente: il giovane spagnolo, è riuscito a comunicare, abilità che aveva perso dopo l’ictus, e per di più in una lingua a lui sconosciuta.

Perché questo metodo innovativo potrebbe rivelarsi cruciale per il futuro?

Anche se lo studio è stato condotto per il momento su una sola persona, il neuroscienziato dell’università della California di Davis, Sergey Stavisky, come riporta “Adnkronos” rivela perché potrebbe aiutare moltissime altre persone in futuro:

Questo nuovo studio rappresenta un contributo importante per il campo emergente delle neuroprotesi per il ripristino del linguaggio.

Ci sono tutte le ragioni per pensare che questa strategia funzionerà con maggiore precisione in futuro se combinata con altri recenti progressi.

Leggi anche: Arrivano i nanorobot, ispirati alle stelle marine, per sconfiggere cancro e ictus

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Classe 1998. Esperta in Editoria e scrittura, è molto attenta ai dettagli, scrive poesie e canzoni ed è appassionata di musica, serie TV e sceneggiatura. “In tristitia hilaris, in hilaritate tristis”.
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