giovedì, Settembre 24, 2020

“Sono amputato, ma il resto del mio corpo è sano”, la storia di Giacomo Perini

Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

“Sono amputato, ma il resto del mio corpo è sano. Ho continuato a fare tutto e anzi sono stato stimolato a fare di più”. La storia di Giacomo è una di quelle che ti lasciano a pensare. A soli 18 anni ha dovuto lottare contro un tumore al femore. Dopo un primo successo contro la malattia, il tumore si ripresenta e lo costringe a una scelta. È stato necessario amputare. “Solo così ho potuto continuare a crescere e a prendermi cura della mia vita”. Oggi Giacomo lavora, si dedica a tempo pieno allo sport e alla sua crescita personale: “Il presente è ciò che mi interessa. La realizzazione personale è importantissima per non scaricare su altri il peso della propria esistenza. Lavorare su se stessi è trovare il proprio posto nel mondo”. Gli ultimi esami, a inizio ottobre, hanno confermato che l’amputazione è stata efficace, il corpo è pulito e la malattia è solo uno spettro. Godendo di salute ora Giacomo può continuare più serenamente il suo percorso di crescita fatto di famiglia, di amicizie e di sport. Ma molte cose sono cambiate nella sua vita e non per la mancanza dell’arto. Soprattutto è diverso Giacomo, il suo approccio al mondo e la sua scala di valori. Qualche anno fa è uscito un suo libro dal titolo Nessuno è immune. Giacomo si mette a nudo e racconta la sua storia sfruttando i benefici della medicina narrativa. Così è sembrato naturale chiedergli durante la nostra intervista:

Cosa è cambiato tra il prima e il dopo malattia nel tuo modo di guardare il mondo?

Nel libro racconto l’evoluzione che la mia vita ha avuto con la scoperta della malattia. C’è stato un prima, un durante e un dopo il tumore. Ora c’è sicuramente più consapevolezza. Il concetto sembra banale ma non è ovvio. Ero un semplice ragazzo di 18 anni, frequentavo il quinto liceo scientifico, montavo a cavallo a livello agonistico. Ero un ragazzo già inquadrato, sono cresciuto con l’equitazione. Ma con la malattia ho imparato a non dare più nulla per scontato. Essere autonomi e indipendenti ad esempio. Nel momento in cui il tumore, le chemio hanno cominciato a limitarmi in attività come camminare da solo, cucinarmi un pasto o andare in bagno, ho capito il valore della quotidianità, della semplicità. Ho capito come fosse importante vivere il presente. Non sprecare nessun istante. Non guardare al passato o al futuro, ma vivere intensamente ogni momento. C’è concesso di intervenire sul nostro presente e ho capito di volerlo godere a pieno perché il tempo non torna indietro. Generalmente crediamo di avere tutta una vita a disposizione, di poter rimandare a domani. E invece non è sempre così. Ogni giorno è buono per conoscerci meglio, per capire chi siamo.

Cosa ti ha insegnato la malattia?

Quando ti accadono cose, come un tumore arrivi a farti delle domande più profonde. Domande esistenziali. Succede sempre dopo un trauma, una perdita, un evento inaspettato o una malattia appunto. Ad esempio, ti chiedi il perché siamo nati, non perché vuoi dare un senso a tutto o perché ricerchi un motivo per ciò che ti è capitato. Ma capisci che c’è qualcosa di molto più grande, c’è uno scopo. Non si tratta di obiettivi, ma del senso delle cose. Quali sono i tuoi principi, come ti devi comportare con te stesso e con gli altri soprattutto. L’armonia con la mia famiglia per esempio è stata fondamentale. Perché la malattia ti insegna che avere intorno persone che ti vogliono bene ti aiuterà a non sentirti mai solo nonostante tutto.

Dopo la malattia la vita di Giacomo ha conosciuto un’evoluzione positiva. Una maggiore consapevolezza di sé stesso gli ha permesso di scoprire passioni nuove e di individuare i suoi veri obiettivi. Rientra tra questi l’impegno sociale e come dice nel trailer del film ispirato alla sua vicenda, Tu come me, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso agosto:

Non so se la mia storia può servire a qualcuno. Ma una cosa la posso dire: dentro ognuno di noi c’è una forza capace di farti superare qualsiasi limite. L’importante è saperla ascoltare.

L’ascolto è un ritornello costante nel racconto di Giacomo. L’ascolto di sé stessi e la capacità di ascoltare gli altri. La nostra società cammina a passo svelto e questo ci costringe a sacrificare aspetti invece fondamentali della nostra esistenza. L’ascolto e il racconto come apertura al mondo. Esternare è stato per lui un bisogno spontaneo ed è questo il consiglio più utile che rivolge a tutte le persone che lo seguono sulla sua pagina Facebook da personaggio pubblico. Nella presentazione invita chiunque abbia voglia di ascoltare a condividere le proprie esperienze nella convinzione che la solidarietà e la consapevolezza di non essere soli siano elementi fondamentali per la guarigione.

Come aiuti chi ha vissuto il tuo stesso dramma?

Non bisogna dare risposte che non si possono avere. Raccontare è il mio modo di essere vicino agli altri. Raccontare come ho vissuto la malattia, quali strumenti ho usato, quali esercizi mi sono stati utili, dove sono caduto e come mi sono rialzato. È la mia storia, come ho vissuto ciò che mi è accaduto. Sono a disposizione per essere di supporto. Oggi il tempo scorre a gran velocità, fermarsi per ascoltare le storie di qualcun’altro è un gesto di grande valore. Ed è una responsabilità. Le persone che si aprono con me hanno voglia di buttare fuori le emozioni e, siccome ti considerano alla pari, non si sentono giudicati, ti dicono cose che magari fanno fatica a condividere con i propri cari. Questo mi riempie di gioia perché sento di dare qualcosa, di essere utile. Queste persone non si sentono più sole perché ricevono un supporto. Ecco, credo che la cosa più importante sia dare, non ricevere.

E poi un nuovo percorso agonistico. Proprio lo sport è stato un grande alleato nel percorso di guarigione di Giacomo. Attualmente è atleta nella Nazionale parolimpica di canottaggio.

Hai iniziato con il canottaggio e lavori molto per raggiungere i tuoi obiettivi. Che valore ha lo sport nel tuo percorso?

Per me lo sport è un pilastro. Ha sempre fatto parte della mia vita, sin da bambino. Prima il nuoto, il tennis, poi l’equitazione a livello agonistico. Essere uno sportivo, secondo me, mi ha permesso di reggere bene le cure. La conoscenza del mio corpo mi ha permesso di rimanere sempre in contatto con me stesso. Sapevo esattamente di cosa avevo bisogno, cosa dovevo dare al mio fisico per affrontare al meglio le cure chemioterapiche, dal semplice riposo alla necessità di idratazione. Sapevo ascoltarmi. E poi la mentalità. Lo sport mi ha insegnato ad avere un forte mindsight, quindi una mente stabile. Mi ha insegnato e mi insegna concretamente, non solo metaforicamente, il valore delle cadute. Le cadute non rappresentano la fine, anzi ti fanno capire dove sei e dove devi ancora arrivare. Cadere ti fa capire come migliorare. Non deve scoraggiarti, ma motivarti. Poi, in un senso più leggero, è una valvola di sfogo. Entri in palestra, spegni il cervello e lasci fuori i pensieri. Ti concentri su ciò che stai facendo e ti connetti a te stesso. Sei focalizzato sulle tue passioni e oltre ad un beneficio psicologico crei un benessere fisico perché lo sport ti dà entusiasmo, produci adrenalina e questo fa molto bene.

Il debutto a teatro e una piece dove emerge forte il tema dell’amicizia

Giacomo non perde più un istante e tra le tante attività svolte c’è stato anche il teatro. Ha portato in scena, con il supporto dell’Associazione Pancrazio, una piece dal titolo I fuori sede. Si alza il sipario sul tumore e su ciò che significa esserne colpiti. Otto giovani studenti universitari che frequentano diversi atenei si trasferiscono nella stessa casa. La loro vita procede spensierata fin quando uno di loro, Giacomo, che accusava un forte un dolore alla gamba va in visita di controllo. Gli viene diagnosticato un tumore raro. Da lì in poi per nessuno di loro sarà più la stessa cosa.

L’amicizia è stata importante. Ho affrontato il primo anno di malattia quando frequentavo il quinto liceo, quindi c’erano i miei compagni di classe con me. Prima ero uno studente che si accontentava del 6 politico. L’ultimo anno invece, quando tornavo da Bologna, dove andavo a fare la chemio, cercavo di tornare a scuola il prima possibile, perché lì c’erano gli amici, sinceramente interessati a me, a chiedermi come stavo. Sembra scontato chiedere a una persona come sta, soprattutto se poi sai che sta male. Sembra anche una domanda fuori luogo alle volte. Invece no. Bisogna chiedere e non accontentarsi di una risposta veloce, ma dare il tempo a una persona di rispondere. È un tipo di domanda che fa aprire l’altro, che aiuta a tirare fuori stati d’animo, emozioni importanti. Avere un gruppo di coetanei intorno a me, che mi supportavano, che erano presenti nel momento del bisogno, è stato proprio bello. Un’amica che si ferma a cena da te, una pizza e un film, ti fa passare del tempo spensierato e ti fa rilassare. Ti dà una motivazione per pensare che ciò che ti sta accadendo passerà e che ti aspetta davanti una vita bella, fatta di relazioni importanti.

Il futuro di Giacomo è ancora tutto da scrivere, ma senza ombra di dubbio, la tenacia e determinazione saranno faro nel suo cammino. Con l’augurio che la forza di questo ragazzo continui a ispirare sempre più persone, un sincero in bocca al lupo a Giacomo dalla nostra redazione.

Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

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