Ricerche recenti hanno dimostrato che il microbioma, nei primi vent’anni di vita, determina il rischio di malattie croniche, aprendo la strada alla cosiddetta medicina anticipatoria, che previene una patologia prima che si manifesti. Come riporta Il Sole 24 Ore, l’aspetto interessante del microbioma è proprio che rappresenta sia un archivio biografico dell’essere umano, che un anticipatore delle malattie.
Poiché determinato da varie componenti, l’archivio biologico umano è oggetto di studi inerenti alla medicina del futuro. Presto, infatti, non ci si concentrerà solo sulla sintomatologia momentanea del paziente, ma si analizzeranno le esperienze vissute fin da bambini e il contesto sociale e psicologico in cui si è cresciuti.
Il microbioma come archivio biografico
Il microbioma è l’insieme del patrimonio genetico di un individuo, un archivio biografico che riflette le esperienze vissute da un individuo nel corso degli anni. Questa storia, sottolinea Il Sole 24 Ore, si delinea molto prima di quanto la medicina abbia pensato a lungo. I tratti del microbioma, infatti, si presentano già nei primi giorni di vita, si plasmano nei mesi e negli anni dell’infanzia, si consolidano nei decenni successivi.
Questo archivio si costruisce in base al parto, naturale o cesareo, all’allattamento, al seno o artificiale, allo stile alimentare seguito nei primi anni, all’ambiente in cui si cresce, alle condizioni sociali ed emotive in cui la vita si svolge. Alla luce di ciò, negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha dimostrato che le avversità vissute durante l’infanzia, ovvero le adverse childhood experiences, possono alterare il microbioma in maniera profonda e biologica.
Lo stress cronico precoce disregola l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, altera la motilità intestinale e la permeabilità della barriera epiteliale, rimodella selettivamente la comunità microbica verso configurazioni pro-infiammatorie. Di conseguenza, si crea un ecosistema impoverito, che perdura anche nell’età adulta, a causa della capacità del microbioma di trattenere una memoria biologica della sofferenza precoce.
Ciò si traduce, nel tempo, in un alto rischio di sviluppare malattie croniche, cardiovascolari, metaboliche, oncologiche, neurologiche, di cui spesso non si riesce a comprendere l’origine. A maggior ragione se si pensa che a compromettere la salute dell’individuo sono anche i cibi processati ingeriti durante il giorno, lo stress a cui si è sottoposti, la sedentarietà, la privazione del sonno, l’esposizione agli schermi che modifica i ritmi circadiani.
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Cosa compone il microbioma?

Proprio perché il microbioma presenta numerose componenti, che cambiano nel tempo, diventa uno degli elementi principali da essere studiato dalla medicina del XXI secolo. L’aspetto più rapidamente modificabile, sottolinea Il Sole 24 Ore, è l’alimentazione. Fibre, legumi, vegetali freschi, alimenti fermentati e cereali integrali comportano un aumento della biodiversità microbica e della produzione di acidi grassi a catena corta.
Cibi ultraprocessati, invece, alterano il microbioma attraverso meccanismi ora documentati con precisione molecolare, per gli additivi che contengono. Uno studio pubblicato nel 2024 sul British Medical Journal e condotto su circa dieci milioni di partecipanti, ha associato il consumo elevato di ultraprocessati a un aumento del 50% della mortalità cardiovascolare e del 40% del rischio di diabete di tipo 2.
Entrano, quindi, in gioco non le calorie ma il processo industriale dei cibi e ciò che si introduce nell’intestino. È questo il concetto chiave che riscrive l’andamento scientifico. Le autorità di sicurezza alimentare, quali EFSA in Europa e FDA negli Stati Uniti, infatti, valutano gli additivi singolarmente, non gli effetti cronici e combinati sull’ecosistema microbico umano.
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Uno sguardo al futuro: la medicina anticipatoria
Se il microbioma registra le informazioni del patrimonio biologico dell’individuo fin dai primi momenti di vita e anticipa eventuali malattie croniche di anni, allora la medicina può sperare in un intervento preventivo sull’essere umano. Si parla, in questo contesto, di medicina anticipatoria, che non agisce dopo la diagnosi, ma che legge nell’ecosistema biologico del paziente cosa potrebbe accadere e agisce per tempo.
Grazie a dati metaboloici, immunologici e clinici, la profilazione del microbioma permette di costruire mappe biologiche dinamiche per singoli pazienti, quindi identificare le firme metainfiammatorie anni prima che si traducano in malattia, stratificare la popolazione per rischio biologico indipendentemente dalla predisposizione genetica, intervenire con nutrizione di precisione, terapie ecosistemiche e modifiche dello stile di vita calibrate sul profilo microbico individuale.
Tutto ciò, riporta Il Sole 24 Ore, è fondamentale per la medicina del futuro, che non si premurerà solo di capire quale malattia abbia il paziente, ma analizzerà l’ecosistema che abita l’individuo, quali esperienze ha vissuto e in che modo si può intervenire per evitare che il danno diventi irreversibile.

