giovedì, Dicembre 2, 2021

Microchip sottocutanei: nuova frontiera contro il Covid o minaccia per la privacy?

Grandi come chicchi di riso, questi dispositivi potrebbero cambiare per sempre la nostra vita quotidiana, ma a quale prezzo per la privacy?

Clarice Subiacohttps://medium.com/@ClariceSubiaco
Classe 1986, passato di studi umanistici e presente nel mondo dei dati. In mezzo, esperienze di lavoro come Digital PR, Content Strategist e Project Manager per startup e agenzie internazionali. Ama raccontare l'innovazione che ha un forte impatto sociale.

Quando si parla di teorie complottiste legate al movimento No Vax, spesso li abbiamo sentiti nominare: sono i famosi microchip sottocutanei iniettati insieme ai vaccini a nostra insaputa per controllare le nostre vite. Come molte fake news, anche questa teoria parte in realtà da un fondo di verità, ovvero una sperimentazione iniziata in nord Europa già alcuni anni fa e che oggi potrebbe diffondersi per prevenire la diffusione di altre epidemie.

In Svezia, migliaia di cittadini usano già il microchip sottopelle

Grandi come chicchi di riso, i microchip vengono impiantati sottopelle con una siringa. In Svezia migliaia di persone si sono fatte impiantare i microchip sulle mani per velocizzare azioni quotidiane come accedere alla propria abitazione, entrare in ufficio o in palestra senza bisogno del badge, comprare cibo ai distributori automatici e addirittura per prendere i mezzi pubblici. I microchip possono anche contenere contatti per le emergenze, i profili social e biglietti elettronici per eventi.

“Si tratta di una tecnologia estremamente pratica”

Ha detto il microbiologo Ben Libberton a Euronews.

In Svezia i microchip sottocutanei sono diventati molto popolari, tanto che alcune aziende organizzano dei “microchip party” per i loro dipendenti. Epicenter, un hub che ospita oltre 300 startup a Stoccolma, ha reso i microchip sottocutanei disponibili per tutti i suoi dipendenti e le organizzazioni che ne fanno parte.

Secondo l’esperto, i microchip sarebbero così popolari in Svezia perché si tratta di un Paese con una popolazione ridotta che ha un rapporto molto stretto e di fiducia con le autorità. 

Microchip sottocutanei: i rischi per la privacy

I sostenitori dei microchip sottocutanei ritengono che si tratti di dispositivi sicuri, ma gli scienziati esprimono dubbi circa i rischi per la privacy, vista la tipologia di dati sensibili che questi minuscoli apparecchi sono in grado di registrare. Impiantare un chip nel corpo umano ha delle implicazioni sulla privacy che vanno ben oltre le videocamere di sorveglianza in luoghi pubblici, il riconoscimento facciale, il tracciamento della posizione, le nostre abitudini di guida o lo storico dei movimenti bancari.

Per comprendere il quadro d’insieme in cui nasce questa tecnologia, bisogna pensare che l’uso dei microchip si inserisce all’interno del concetto esteso di Internet of Things, ovvero quell’universo di oggetti connessi che a fine 2020 è arrivato a contare oltre 30 miliardi di dispositivi e che si stima arriverà a 75 miliardi entro il 2025.

E mentre siamo sempre più smart, non si può fare a meno di pensare alle conseguenze che tutta questa iperconnessione può avere sulla nostra privacy.

Il vero problema è la gestione e conservazione dei dati. Se i dati non sono al sicuro, qualcuno potrebbe prendere le tue informazioni personali, che una volta uscite sarà difficile recuperare.

Afferma Libberton, che mette anche in guardia sul fatto che alcune persone potrebbero vendere i propri dati senza nemmeno saperlo, accettando i termini e condizioni di un qualsiasi servizio.

Microchip sottocutanei al posto del Green Pass?

Alessandro Meluzzi

Nel commentare un servizio andato in onda la scorsa domenica durante la trasmissione ControCorrente di Rete4, lo psicologo Alessandro Meluzzi ha commentato con sdegno e preoccupazione l’avanzata della nuova tecnologia:

 In questo modo il microchip ci risparmierà il green pass, il telefonino ecc, col microchip saremo garantiti non soltanto sul contagio del virus, ma anche sulla temperatura corporea, la glicemia, l’hiv, e il cancro ma anche se abbiamo pagato la tari, la tasi, e ci bloccano tutto se qualcosa sarà violato.

Tuttavia, come qualcuno fa notare in studio, ogni giorno diamo migliaia di dati personali in pasto ai social network e ai dispositivi IoT come gli smartwatch che portiamo al polso, perciò non si tratterebbe di qualcosa di così diverso da ciò a cui siamo già abituati. 

E se il microchip sottocutaneo ci permettesse di combattere il Covid, cambieremmo prospettiva?

Il microchip che permette di rilevare il Covid-19

In USA è stato creato un microchip che permette di rilevare tempestivamente la presenza del virus Covid-19 nell’organismo. Il chip è inserito all’interno di un sottilissimo tessuto di colore verde che, una volta iniettato, è in grado di segnalare la presenza del virus in meno di cinque minuti.

Il microchip anti Covid è stato studiato dal laboratorio militare DARPA che fa parte del ministero della Difesa americano e verrà testato sul personale militare:

Diminuendo drasticamente i tempi di diagnosi, permetterà di fermare l’infezione ancora in corso

Ha affermato fiducioso il colonnello Matt Hepburn. Il microchip è stato testato con successo sulla moglie di un militare in terapia intensiva a causa del Covid-19, che grazie alla diagnosi precoce è guarita in soli 4 giorni, secondo quanto riportato da Mashable. 

Una tecnologia non così nuova

Sebbene si tratti di una nuova frontiera nell’uso di questa tecnologia, il microchip sottocutaneo non è così nuovo. Già nel 2004 la Food and Drug Administration, l’organo statunitense preposto al controllo dei farmaci, aveva approvato un dispositivo di identificazione a radiofrequenza o RFID, chiamato VeriChip. Tale dispositivo, permetteva ai medici di consultare le cartelle cliniche dei pazienti in modo veloce ed efficiente.

Negli anni successivi sono stati creati altri microchip sottocutanei come ad esempio quello contraccettivo o quelli che permettono di monitorare costantemente lo stato cardiaco dei pazienti a rischio infarto. 

Microchip sottocutanei: le tre sfide del futuro

Come per ogni innovazione che si inserisce nelle vite delle persone, e in questo caso anche nel corpo, ci sono diversi aspetti da considerare. In particolare le sfide che i microchip sottocutanei dovranno affrontare riguardano tecnologia, business e società.

La prima sfida è quella tecnologia, che avanza ogni giorno rendendo i microchip sempre più piccoli e intelligenti. Un normale sistema IoT è composto da sensori, reti cloud e applicazioni. In questa configurazione, i microchip hanno il ruolo dei sensori che sono notoriamente gli elementi più deboli e a rischio hackeraggio.

La seconda sfida è  quella del business. Le opportunità in questo campo sono molte: sostituendo i badge identificativi nei negozi, gli uffici, negli aeroporti, negli ospedali, solo per citarne alcuni esempi, i microchip potranno raccogliere una quantità di dati estremamente preziosa. Tali dati potranno poi essere rielaborati all’interno di infrastrutture cloud per fornire approfondimenti su come migliorare determinate aree di business o implementare nuovi servizi, diventando così degli asset di grande valore per le imprese sia nel settore pubblico sia in quello privato.

La terza, e più ampia, sfida è la società: mentre in tutto il mondo si elaborano normative per difendere la privacy dei cittadini, pensiamo al GDPR in Europa o alla recente legge sul “diritto all’oblio” della California, i microchip si attaccano letteralmente al nostro corpo, diventano molto più intimi e personali rispetto alla cronologia di navigazione del proprio browser web o dei dati contenuti nel proprio smartphone e ciò mette in luce nuovi rischi e minacce. Infine ci sono i rischi per la salute: trattandosi di corpi estranei, potrebbero causare infezioni o essere rigettati.

Leggi anche: Identikit No Vax: ecco chi sono e cosa vogliono i negazionisti del vaccino

Clarice Subiacohttps://medium.com/@ClariceSubiaco
Classe 1986, passato di studi umanistici e presente nel mondo dei dati. In mezzo, esperienze di lavoro come Digital PR, Content Strategist e Project Manager per startup e agenzie internazionali. Ama raccontare l'innovazione che ha un forte impatto sociale.

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