Secondo uno studio canadese, i neonati riconoscono le lingue ascoltate nel grembi materno. I bambini, infatti, sarebbero in grado di captare i suoni del linguaggio umano ancor prima di nascere.
A riportarlo è GreenMe, che spiega come i feti possano distinguere i suoi più familiari, quindi della lingua maggiormente parlata nell’ambiente circostante, da quelli meno sentiti, relativi alle lingue straniere.
La spiegazione di tale capacità risiede nell’attivazione di alcune aree del cervello, già nel pancione della mamma, utilizzate per la lingua madre. Vediamo meglio in cosa è consistito lo studio.
I feti riconoscono le lingue
Uno studio condotto presso l’Université de Montréal, in Canada, ha dimostrato che i bambini nel grembo materno riescono a recepire i suoni delle lingue parlate, distinguendo quelle familiari da quelle straniere.
La ricerca mostra per la prima volta, attraverso tecniche di imaging cerebrale, che i feti ricordano le lingue ascoltate nel pancione, presentando una risposta neurale migliore verso quei suoni a cui sono stati esposti durante la gravidanza, anche se differenti dalla lingua parlata in famiglia. Secondo i ricercatori, fa sapere GreenMe, bastano solo dieci minuti di ascolto, per alcune settimane, per influenzare delle aree linguistiche del cervello del bambino.
È la prima volta che si arriva a tale conclusione, in quanto gli studi precedenti sui segnali comportamentali dei piccoli avevano suggerito che i neonati preferiscono la lingua materna, senza dare però dimostrazioni a livello cerebrale. Anne Gallagher, che ha guidato la ricerca, non si parla di apprendimento linguistico durante la gestazione, ma di familiarizzazione del cervello con le strutture ritmiche e sonore del linguaggio.
Ciò plasma l’organizzazione delle reti neurali coinvolte nella comprensione del linguaggio, che verso l’ultimo trimestre di gravidanza sono già sviluppate nel feto. Inoltre, passano attraverso il grembo materno soprattutto le frequenze più basse, motivo per cui i bambini rispondono meglio ai toni bassi, come quelli della voce umana o della musica. Dice Gallagher:
Questo ci dice che le reti linguistiche del cervello sono molto flessibili, ma anche vulnerabili.
Un ambiente sonoro positivo può influenzarle in modo benefico.
Ma è lecito pensare che anche un ambiente negativo possa lasciare un segno.
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Com’è stato condotto lo studio

Lo studio, condotto presso l’Università di Montréal, ha coinvolto 60 donne francofone incinte. Alcune protagoniste della ricerca, alla 35esima settimana di gravidanza, hanno fatto ascoltare ai feti brevi racconti in francese e in una lingua, diversa dalla loro.
Sono stati utilizzati, quindi, il tedesco o l’ebraico, fatti ascoltare attraverso cuffie posizionate sul pancione. Il fatto che le lingue scelte avessero strutture sonore e ritmi diversi dal francese è fondamentale, perché permette di comprendere come il cervello memorizza e distingue i suoni.
Le registrazioni sono state fatte ascoltare almeno 25 volte prima del parto e nei tre giorni successivi alla nascita, sia il racconto in francese che in tedesco o ebraico, ma anche in una terza lingua mai sentita prima. I neonati, quindi, hanno indossato il dispositivo fNIRS, functional near-infrared spectroscopy, che per monitorare l’attività cerebrale attraverso sensori di luce a infrarossi.
Lo studio ha dimostrato che nei bambini si attivava la corteccia temporale sinistra sia sentendo il francese che la lingua straniera familiare. Rispetto alla lingua nuova, invece, la risposta cerebrale era più debole e dispersa, perché inerente a suoni non interiorizzati.
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Il punto sui bimbi bilingue
I ricercatori, fa sapere GreenMe, hanno precisato che non si tratta di un metodo per far apprendere ai bambini due lingue quando sono ancora nel grembo materno. L’obiettivo dello studio, infatti, è comprendere come si sviluppa la competenza linguistica nel cervello umano.
Accanto a ciò, si è voluto sottolineare il supporto da dare ai bambini con difficoltà linguistiche o neurologiche, sin dai primi giorni di vita. A tal proposito, Gallagher ha dichiarato:
Non siamo ancora pronti per applicazioni cliniche, ma in futuro questa linea di ricerca potrebbe offrire strumenti utili per accompagnare i bambini con disturbi dello sviluppo.
A ogni modo, lo studio canadese aggiunge un tassello in più alle teorie che sostengono come il cervello umano non sia una tabula rasa al momento della nascita, ma si tratta di una rete già attiva, che si costruisce settimane prima del parto, ascoltando i suoni esterni del mondo.


