- Oltre lo stereotipo dei tatuaggi
- Perché ci tatuiamo oggi?
- Intervista ad Andrea Galliani
- 1. Come è iniziata la tua passione per il tattoo?
- 2. Ciò si ricollega anche alla tua attività come dermopigmentista?
- 2. Qual è lo stile di tatuaggio che ti piace di più realizzare e perché?
- 3. quali sono i tatuaggi che ti è capitato più spesso di realizzare?
- 4. È vero che dietro a ogni tatuaggio c’è sempre una storia?
- 5. Secondo te, qual è la vera essenza dei tatuaggi?
Avere dei tatuaggi, ormai, non è più un tabù. Un’altissima percentuale delle persone nel mondo, infatti, decide di imprimere per sempre, sul corpo, una scritta o un disegno, che sia per abbellimento o per ricordare un momento particolare della propria vita.
Con una storia millenaria alle spalle, i tatuaggi hanno attraversato i secoli, cambiando di volta in volta il proprio modo di essere interpretati dalla società. Dall’essere esclusiva di ex marinai o galeotti, fino al mostrare con fierezza le immagini realizzate, l’inchiostro sulla pelle è oggi un tratto distintivo della propria personalità.
Oltre lo stereotipo dei tatuaggi
La storia dei tatuaggi ha un peso millenario, che trova spazio già nella Preistoria e nell’ambiente sacro, con le incisioni di segni a zig-zag su coloro che venivano considerati divinità o spiriti protettori. Ne sono esempio, come riporta Focus.it, le statuette delle sacerdotesse-sciamane, ritrovate nella grotta di Hohle Fels, risalenti a 35 mila anni fa, oppure l’Uomo di Similaun, la più antica mummia a presentare incisioni.
Questa funzione magico-terapeutica e sacra del tatuaggio, però, con il tempo, è stata sostituita da un significato sempre più negativo, associato alla criminalità. Con l’avvento del Cristianesimo, infatti, si iniziò a ricollegare i tatuaggi a pagani, ceti più bassi della popolazione e delinquenti. Quindi, erano esclusiva di galeotti e mercenari.
Tale stereotipo è stato superato solo negli ultimi decenni, quando disegni e scritte sul corpo hanno assunto un significato artistico e identitario, simile a quello che vige ancora in alcuni popoli tribali. I più conosciuti, a tal proposito, sono i Masai in Kenia, gli aborigeni in Australia e i Maori in Nuova Zelanda. Il lato estetico, profondo e personale dei tatuaggi è, quindi, ciò che maggiormente traspare oggi dall’inchiostro sulla pelle.
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Perché ci tatuiamo oggi?
Superato lo stereotipo del tatuaggio come sinonimo di criminalità, oggi le persone scelgono di tatuarsi principalmente come atto identitario. Innanzitutto, secondo quanto sottolinea Metropolitano.it, la maggior parte delle persone decide di imprimere sulla propria pelle segni che riguardano la loro storia personale o che abbelliscono parti del corpo.
Non solo scelte di appartenenza o sacre, quindi, ma emotive o artistiche. Di conseguenza, i punti che si preferiscono abbellire, coperti o esposti, cambieranno in base al significato del disegno, se più intimo o più estetico. Così come diversi saranno i tratti o la grandezza dei soggetti raffigurati.
Tutto ciò dimostra come i tatuaggi siano entrati a far parte dell’immaginario collettivo, in quanto scelta libera e espressione di sé. La varietà di stili disponibili, proposti dai tatuatori, è proprio un esempio di questo infiltrarsi del tattoo nella società. Una comunicazione che va ad affiancarsi, quindi, a quella verbale e gestuale.
A spiegarci meglio una possibile interpretazione dei tatuaggi, della loro essenza e di ciò che vuol dire imprimere su una persona un ricordo indelebile è l’artista e tatuatore Andrea Galliani.
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Intervista ad Andrea Galliani

Alla luce della strada che i tatuaggi hanno percorso nei secoli, la redazione de ildigitale.it ha intervistato Andrea Galliani, protagonista diretto di questa storia, con la sua macchinetta. Tatuatore, dermopigmentista e piercer, ci ha raccontato la sua esperienza di oltre 10 anni, che ora si concretizzerà nello studio Andrea Galliani Tattoo & More.
1. Come è iniziata la tua passione per il tattoo?
È arrivata gradualmente. Esco da un liceo artistico e mi sono diplomato in Grafica Pubblicitaria, quindi ho iniziato a lavorare con il computer. Però, ho sempre avuto la passione per i lavori manuali, quindi falegnameria, scultura, disegno. Alla fine ho capito di essere nato per esprimere la mia arte con le mani, perciò mi sono avvicinato ai disegni dei tatuaggi, iniziando a realizzarli su scarpe, capelli e magliette. La gente sceglieva il soggetto e io “tatuavo” il tessuto, forse all’inizio per paura di poter sbagliare sulla pelle.
Poi, mi sono fatto tatuare e il risultato è stato pessimo. Da lì la scintilla e mi sono chiesto come mai persone senza un bagaglio scolastico che proviene dall’arte si mettono a fare tatuaggi, rischiando di rovinare la gente. Così ho deciso che quella era la mia strada e ho iniziato a fare il primo corso, a comprare la mia prima macchinetta, a tatuare i miei genitori, che si sono prestati come “cavie”, e ho iniziato questo fantastico percorso.
Il momento che mi ha fatto scegliere definitivamente il mio percorso è stato quando ho tatuato una persona, a cui ho coperto una cicatrice con un fiore. Alla fine era felicissima e questo mi ha ripagato di ogni sforzo. Da lì ho iniziato a impegnarmi seriamente in questo lavoro.
2. Ciò si ricollega anche alla tua attività come dermopigmentista?
Ho iniziato a fare trucco semipermanente, circa un anno dopo che ho iniziato a tatuare, proprio perché il fatto di risolvere un problema, magari di infoltire un sopracciglio e quindi rimediare a un suo disagio, non è da poco. Quando vedo il cliente felice, che mi abbraccia, per me è una cosa incredibile. Questo è il motivo che mi ha spinto a lavorare con il tattoo e la dermopigmentazione, anche la voglia di aiutare gli altri ad avere un’immagine più coerente di sé.
2. Qual è lo stile di tatuaggio che ti piace di più realizzare e perché?
Non tanto lo stile, ma il metodo. Io preferisco tatuare a colori, perché posso esprimere l’estro in svariati modi, mentre con il bianco e nero ci sono delle regole da seguire. Invece con i colori ho totale libero arbitrio, non mi sento legato, posso esprimere il mio estro come voglio.
Quando ho iniziato a tatuare, infatti, mi sono messo in testa l’idea di essere un creatore di stili. Cerco sempre di riprendere uno stile che esiste e modificarlo a mio modo, renderlo mio. Ecco perché mi piace pensarmi come un “creatore di stili”. Ovviamente, il cliente ha l’ultima parola, ma cerco sempre di rendere gli stili classici a modo mio.
3. quali sono i tatuaggi che ti è capitato più spesso di realizzare?
Nella mia carriera i tatuaggi più richiesti sono sempre le scritte, i nomi, i numeri. Poi, seguono l’immagine degli animali o comunque soggetti in bianco e nero.
4. È vero che dietro a ogni tatuaggio c’è sempre una storia?
Sì, è vero. Che possa essere buffa, seria, un brutto ricordo o una scomparsa, c’è sempre una storia, anche se questo negli anni sta cambiando rispetto al passato. Adesso, è diventato quasi un “faccio vedere che ho un tatuaggio”.
Si è andato a perdere un po’ il fatto che il tatuaggio dura per sempre, quindi adesso molte persone si tatuano non seguendo una storia, ma guardando un soggetto che piace loro.
5. Secondo te, qual è la vera essenza dei tatuaggi?
Per me è come un album fotografico, un album di ricordi. Ogni persona tatuata è come se fosse un diario e il tatuaggio racconta la vita, principalmente i momenti passati e li tiene con te. Quindi sì, è come se fosse il diario della nostra vita.

