Tra i metodi principalmente utilizzati per realizzare le presentazioni aziendali vi è l’uso di PowerPoint, la cui efficacia, però, è sempre di più messa in dubbio. Secondo uno studio condotto da Prezi, infatti, l’80% delle presentazioni non riesce a catturare l’attenzione del pubblico per tre cause strutturali principali.
Si tratta di narrativa assente, dati decontestualizzati e design illeggibile delle slide, le quali diventano così schermi asettici, ricchi di cifre impossibili da ricordare per l’ascoltatore. Esiste, però, una soluzione ibrida al problema, dove l’intelligenza artificiale fornisce una struttura logica di base, mentre il professionista mantiene voce e giudizio strategico. Non un pilota automatico, ma un copilota. Vediamo come.
3 cause strutturali della “morte da PowerPoint”

L’uso di PowerPoint per realizzare presentazioni aziendali è altamente diffuso, con l’89% dei professionisti che tende verso tale scelta. Secondo una ricerca della University of Washington School of Medicine, però, per il 79% delle persone i concetti esposti in questa maniera sono poco chiari e noiosi. Dunque, risulta molto semplice che il pubblico perda l’attenzione.
Emanuela Ibisco, riprendendo una ricerca del creatore di presentazioni con AI Prezi, evidenzia come l’80% dei professionisti si annoia davanti a schermi piatti e asettici. L’80% delle presentazioni, perciò, non raggiunge l’obiettivo prefissato, secondo Phillip Khan-Panni, UK champion business speaker. Non si tratta di semplice noia, ma di una vera e propria incapacità a mantenere alta l’attenzione.
Il 46% del pubblico non riesce a seguire senza distrarsi e, come rileva il Microsoft Work Trend Index 2025, il 48% dei lavoratori e il 52% dei leader soffre il “rumore digitale” che frammenta il lavoro. Ma perché accade questo?
1. Assenza di narrativa
Il cervello umano è cablato per le storie, non per le liste, come dimostrato dallo studio sperimentale della Carnegie Mellon University. I partecipanti alla ricerca che hanno letto una storia personale hanno donato in media 2,38 dollari, contro 1,14 dollari di chi ha letto solo statistiche. Questo concetto è stato ripreso, poi, da Maurizio La Cava in un’analisi sull’impatto dello storytelling nel business. Ciò di cui si sta parlando è la neurofisiologia, che spiega proprio come le storie attivano aree del cervello legate all’empatia e alla memoria.
Di conseguenza, è più complicato ricordare infiniti elenchi di dati, come confermato dalla Bologna Business School, che in un intervento del 2025 ha sottolineato come lo storytelling generi engagement, mentre le cifre da sole raramente accendono l’attenzione. Eppure, la maggior parte delle presentazioni aziendali verte proprio su slide con elenchi puntati e nessun coinvolgimento del pubblico. Dall’altra parte, però, va preso in considerazione un aspetto psicologico rilevante.
Secondo il Journal of Education and Educational Development, ripreso dal Giornale delle PMI, l’ansia da presentazione colpisce il 90% delle persone e, di conseguenza, organizzare le slide in punti rappresenta una sicurezza per il relatore. Una forza per chi parla, dunque, ma un motivo di distrazione per chi prova ad ascoltare.
2. Dati senza contesto
La seconda causa della “morte da PowerPoint” risiede nella successione sconfinata di dati che vengono posti al pubblico. La memoria di lavoro umana, però, può gestire solo 4-7 unità di informazione alla volta, come dimostrato dalle ricerche di George Miller e Nelson Cowan, riprese da AhaSlides. Ciò implica che elenchi puntati e grafici a torta provocano un sovraccarico cerebrale e il rigetto delle informazioni.
Il sondaggio AhaSlides condotto su oltre mille professionisti statunitensi ha evidenziato come il 69,8% dei relatori afferma che la riduzione della capacità di attenzione danneggia la produttività, il 66,1% riporta una minore memorizzazione, il 63,3% risultati di apprendimento inferiori. Il problema non sono i dati in sé, ma la loro decontestualizzazione, una presentazione di cifre senza che esse abbiano un motivo per essere prese in considerazione.
3. Design poco leggibile
La terza causa strutturale riguarda un principio delle scienze cognitive che spiega ciò che accade durante le presentazioni aziendali, ovvero l'”effetto di ridondanza” identificato dallo psicologo Richard Mayer. Quando un relatore legge un testo che il pubblico vede anche sullo schermo, la comprensione diminuisce. Il cervello, infatti, costretto a processare lo stesso input sia dal canale uditivo che da quello visivo, va in tilt.
Ne conseguono numerose distrazioni, come il multitasking che incide per il 48,3%, l’uso di dispositivi digitali per il 43,9%, l’affaticamento da schermo per il 41,9%, la mancanza di interattività per il 41,7%. A ciò si aggiungono le slide con un design sempre meno leggibile che, al contrario, dovrebbe avere una rilevanza notevole, poiché indica la prima interfaccia tra l’idea e chi deve comprenderla.
L’approccio ibrido dell’AI e del professionista
Davanti a narrativa assente, dati decontestualizzati e design illeggibile l’obiettivo diventa trovare una soluzione che possa evitare la distrazione del pubblico. Una via sensata è usare l’AI per costruire impalcature e lasciare all’umano la possibilità di dare voce, strategia e anima alle presentazioni. A confermare come questa possa essere una buona strada da percorrere è uno studio di Harvard Business School e BCG su 758 consulenti.
La ricerca ha dimostrato che chi usa l’AI generativa completa i compiti il 40% più velocemente, produce risultati di qualità superiore di oltre il 40% e porta a termine il 12,2% di task in più. Nel campo specifico delle slide, gli strumenti di intelligenza artificiale riducono il tempo di design del 40%, secondo dati Beautiful.ai citati da PresentationAIList.
E anche il mercato lo sta riconoscendo, con il settore dei software AI per presentazioni che cresce del 34% ogni anno, da 1,25 a 1,68 miliardi di dollari nel 2026. In Italia, il percorso è appena iniziato ma accelera. L’adozione dell’AI nelle imprese con almeno 10 addetti è passata dal 5% del 2023 al 16,4% del 2025. Tra le grandi imprese la quota sale al 53,1%, tra le PMI al 15,7%.
La collaborazione tra digitalizzazione aziendale e intelligenza artificiale è, quindi, una prospettiva concreta, come dimostrato dal caso di Genspark IA, uno strumento che adotta un’architettura multi-agente per affrontare il problema dalla radice. Questo sistema non si limita a generare slide a partire da un prompt, ma ricerca automaticamente il tema, costruisce una struttura narrativa coerente, genera slide visivamente curate e, prima di produrre l’output, pone domande di chiarimento all’utente, con una verifica finale di qualità.
Ciò significa che l’AI consegna una bozza già strutturata e il professionista può concentrarsi su altri aspetti quali il linguaggio, la calibrazione sull’audience, gli esempi vissuti, la decisione su cosa tagliare e cosa approfondire. È esattamente qui che si innesta il modello human-in-the-loop, per cui l’intelligenza artificiale fornisce la coerenza narrativa, l’ordine logico e un design di partenza leggibile, rispondendo così direttamente alle tre cause strutturali che abbiamo visto, e l’essere umano completa il lavoro, personalizzandolo sempre più.
Quello che l’AI non può fare
A ogni modo, gli strumenti AI vanno utilizzati in maniera consapevole, separando l’uso intelligente della tecnologia dalla pigrizia. La recensione di bo-om.it sottolinea esattamente questa differenza: l’AI “non è in grado di analizzare l’aspetto relativo all’esperienza personale”. Può suggerire una struttura, ma non è in grado di aggiungere la componente relazionale che lega il professionista al cliente.
Non bisogna pensare, dunque, che quella realizzata dall’intelligenza artificiale sia la slide “perfetta”. Senza revisione critica, si rischia di replicare il problema delle presentazioni standardizzate, prive di anima, che annoiano. L’elemento differenziante rimane la creatività umana. L’AI, infatti, può offrire un supporto per le presentazioni, ma la regia è bene che rimanga sempre umana. È la combinazione di scaffolding automatico e giudizio strategico che scongiura davvero la “morte da PowerPoint”.
Oggi gli strumenti intelligenti si fanno carico della parte meccanica del lavoro e restituiscono all’essere umano tempo per pensare, per affinare il messaggio, per preparare il discorso, per preservare ciò che nessun algoritmo può replicare, ovvero l’intuizione umana, l’esperienza vissuta, la capacità di adattare il tono al pubblico che si ha difronte. Se usata con giudizio, quindi, l’AI può essere un ottimo copilota per rendere le presentazioni aziendali efficaci e a portata di ascoltatore.
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