giovedì, Giugno 30, 2022

Il Reddito di Cittadinanza, misura eccessiva o necessaria?

Il reddito di cittadinanza resta ancora una delle misure più controverse istuite in Italia dalle politiche del welfare prima della pandemia. Ecco perché la polemica è ancora attuale.

Domenico Di Sarno
Informatico e politologo laureato con Lode. amante dei libri di ogni genere perché fortemente convinto che la cultura sia come il cibo, ne serve ogni giorno per nutrire la mente. Appassionato di storia e diritto costituzionale.

Reddito di cittadinanza: facciamo il punto su una misura tanto controversa, ancora si discute molto sulla sua efficacia in Italia, in seguito a un mare di polemiche che hanno invesito chi ne usufruisce e chi lo ha istituito. È stata una delle misure più discusse di questa legislatura nell’epoca che ha preceduto il Covid.

Si tratta di uno strumento di welfare per la protezione dai nuovi rischi sociali che il capitalismo finanziario e la globalizzazione hanno fatto emergere. A partire dal piano Beveridge del 1942, le politiche di welfare hanno incluso non soltanto la prevenzione del rischio di anzianità, ma anche la caduta in povertà di coloro che, pur potendo lavorare, non riescono a conservare il loro posto di lavoro o a trovarne uno.

Da questo punto di vista il nostro paese era fondamentalmente indietro dal momento che la maggior parte degli altri paesi d’Europa garantivano, già da anni, ai loro cittadini un reddito minimo come ultima rete contro la povertà. Nel Vecchio continente questa piaga sociale era tutt’altro che nuova tuttavia, e nel corso del XX secolo lo sviluppo della società industriale aveva fatto sì che coloro che avessero un’occupazione non incorrevano nel rischio di povertà assoluta.

Il Reddito di Cittadinanza, povertà assoluta e relativa

Dal punto di vista sociologico occorre distinguere tra povertà assoluta e relativa. La prima si verifica quando gli individui non hanno le risorse necessarie per soddisfare i bisogni primari quali cibo, denaro e abitazione. L’aumento dell’occupazione che si era verificato dall’inizio del Novecento e fino agli Anni ’70 aveva procurato la riduzione di questo tipo di povertà. Occorre però tener presente che la diminuzione drastica non coincide con l’eliminazione tout court della povertà. Proprio in base a ricerche su questo argomento, il sociologo del lavoro Peter Townsend nel 1979 coniò la definizione di povertà relativa:

l’assenza dei beni primari necessari alla riproduzione sociale degli individui in relazione al tenore di vita medio della popolazione di cui essi fanno parte.

Il reddito di cittadinanza, i poveri meritevoli e le raccomandazioni europee

I primi tentativi di garantire una continuità dignitosa della vita anche a coloro che non potevano permetterselo risalgono ai primi secoli dell’epoca moderna quando nell’Inghilterra elisabettiana era garantita una minima sussistenza per i poveri meritevoli.

Fino al 2018, l’anno in cui è stata approvata la legge che introduceva il reddito di cittadinanza in Italia, in Europa il Bel Paese e la Grecia erano gli unici due stati a non garantire un reddito minimo ai propri cittadini. Il Consiglio d’Europa con la raccomandazione 441 del 1992 suggeriva agli Stati membri di garantire i redditi minimi dei propri cittadini in cambio della loro disponibilità al reinserimento nel mondo del lavoro.

I vari paesi europei si distinguevano in questo non tanto per la politica di erogazione dei benefici, ma per la generosità e la durata degli stessi. Per generosità si intende l’entità dell’erogazione monetaria.

Nel caso italiano si tratta di €780 per coloro che non hanno lavoro e sono in un nucleo familiare a sé. La durata invece indica il termine temporale entro il quale lo stato garantirà l’erogazione monetaria. 

Si è trattato quindi di una misura molto discussa, tuttora criticata da varie parti e strumentalizzata a seconda delle necessità politiche dei vari schieramenti. Ma si tratta, anche, di aver raggiunto gli stessi standard sociali garantiti dagli altri paesi dell’Unione Europea ai propri cittadini.

Il reddito di Cittadinanza, critiche e opportunità


Ma da cosa nascono le critiche? Dal punto di vista puramente legislativo le lacune si concentrano sul ponte stato-lavoro. La criticità in questo percorso sta nel fatto che difficilmente lo Stato riesce ad accordarsi con i privati per consentire il reinserimento del singolo nel mondo del lavoro.

Probabilmente per migliorare il reddito di cittadinanza questo sarebbe il punto dal quale iniziare ad agire. Vi sono state critiche, sterili e faziose, che riguardavano l’erogazione del beneficio a pregiudicati o persone che hanno commesso reati ma si tratta di una peculiarità che può verificarsi.

Il reddito di cittadinanza in Europa 

Come abbiamo visto, seppur con nomi diversi, tutti i paesi dell’Unione Europea hanno una misura di welfare analoga al reddito di cittadinanza. La residenza è la condizione fondamentale per ottenere il beneficio ad eccezione della Svezia dove basta il permesso di soggiorno e del Regno Unito dove è sufficiente essere presenti sul territorio. Altri paesi come l’Austria e la Germania richiedono la cittadinanza.

Quasi tutti i paesi riconoscono il beneficio alle persone bisognose che hanno compiuto il diciottesimo anno di età ad eccezione del Regno Unito, dove sono sufficienti 16 anni e della Francia e la Spagna dove, invece, bisogna aver compiuto il venticinquesimo anno di età. Tutti i paesi europei sospendono il beneficio al momento del raggiungimento della soglia di età che permette di percepire la pensione di anzianità.

Nei paesi scandinavi come la Finlandia, la Svezia e la Norvegia l’obiettivo è quello di raggiungere, genericamente, al più presto, l’indipendenza tramite il lavoro se disponibile. La Danimarca e i Paesi Bassi richiedono, a chi percepisce il reddito e ad eventuali partner, di iscriversi a centri di collocamento.

Nei paesi che hanno recentemente avuto accesso all’Unione Europea, come la Bulgaria, è richiesto di essere iscritti ad un centro per l’impiego da almeno sei mesi prima di poter accedere al beneficio.

I percorsi, in generale, si propongono di condurre il percettore del reddito verso corsi di formazione e riqualificazione, percorsi di orientamento, esperienze di lavoro protette con impiego a tempo determinato presso gli enti pubblici, mediazione e accompagnamento in azienda da parte dei tutor dei centri per l’impiego. Alcuni paesi europei hanno sviluppato un database per facilitare il matching tra domanda e offerta. Sono, inoltre, previsti sostegni all’autoimprenditorialità.

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Il reddito di cittadinanza come misura irrinunciabile del Welfare europeo


Come possiamo evincere da questa descrizione, quindi, la misura del reddito di cittadinanza non è qualcosa di tipicamente italiano, anzi, rappresenta l’adeguamento del nostro sistema di welfare agli standard europei. Le altre grandi nazioni europee come la Germania e la Francia, ma, stando ai confini geografici e non comunitari, anche il Regno Unito, hanno già una misura di questo tipo da decenni. Probabilmente si è un po’ ecceduto con la politicizzazione delle polemiche e la strumentalizzazione, amplificando i pochi casi di persone che hanno percepito il reddito pur essendo pregiudicati o criminali.

Occorrerebbe tenere conto anche del fatto che normalmente, queste cose, avvengono anche con altri tipi di beneficio come ad esempio le pensioni di invalidità e quelle di vecchiaia. Del resto, come spiegano docenti e sociologi Costanzo Ranci ed Emmanuele Pavolini, i cittadini europei preferiscono avere una tassazione più alta, ma avere la garanzia che i loro regimi di welfare, come li definì l’illustre sociologo e studioso Esping-Andersen nel 1990, facciano da rete per tutti i rischi sociali in tutte le condizioni.

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Domenico Di Sarno
Informatico e politologo laureato con Lode. amante dei libri di ogni genere perché fortemente convinto che la cultura sia come il cibo, ne serve ogni giorno per nutrire la mente. Appassionato di storia e diritto costituzionale.

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