Santanchè è già indagata da 8 mesi. Ma è davvero possibile che non lo sapesse?

L'accusa a suo carico sarebbe di falso in bilancio nella gestione tra 2016 e 2020 della società Visibilia editore.

Asia Buconi
Asia Buconi
Classe 1998, romana. Laureata in Scienze politiche e relazioni internazionali, ama l’attualità e la letteratura, ma la sua passione più grande è la sociologia, soprattutto se applicata a tematiche attuali. Nel tempo libero divora film e serie tv.
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Continuano i grattacapi per Daniela Santanchè. Ieri pomeriggio, durante l’informativa in Senato, la ministra del Turismo aveva fortemente smentito l’eventualità che ci fosse un’indagine a suo carico. Poi, però, in serata, ha inviato alle agenzie di stampa una nota in cui conferma di aver saputo di essere indagata dalla Procura di Milano.

L’accusa a suo carico sarebbe di falso in bilancio nella gestione tra il 2016 e il 2020 della società Visibilia editore, che pubblica – tra le altre cose – Novella 2000 e Visto. Santanchè è stata presidente e amministratrice delegata della società fino a gennaio 2022.

Daniela Santanchè: perché dice che non sapeva di essere indagata

Uno dei punti più arduamente difesi da Santanchè in Senato era stato proprio quello di non essere stata mai raggiunta da alcun avviso di garanzia in merito alla gestione delle sue attività imprenditoriali.

La ministra del Turismo aveva sottolineato come anche i suoi avvocati non avessero ricevuto conferme in merito a un’indagine a suo carico. Il che però è assolutamente possibile: la procura, infatti, non è tenuta a mandare sempre l’informazione di un’indagine, ma solo quando “deve compiere un atto al quale il difensore ha diritto di assistere”, come un interrogatorio o una perquisizione.

Ed è anche possibile spiegare perché gli avvocati di Santanchè, nonostante la ulteriori verifiche di dicembre 2022, non avessero ricevuto conferme: la procura può infatti decidere di rendere segreta l’indagine su una persona per massimo tre mesi, ritardando così anche la comunicazione della stessa. Ed è proprio quello che è accaduto a Santanchè.

Tuttavia, secondo Il Corriere della Sera, Santanchè sapeva di un’annotazione risalente addirittura a settembre 2022 che sottolineava “la sussistenza del reato di false comunicazioni sociali”. La ministra allora provò a smentire appellandosi alla facoltà di poter ritardare, in caso di indagini complesse, la comunicazione dell’iscrizione.

In quella fase, gli avvocati di Santanché avrebbero saputo con certezza dell’indagine per falso in bilancio e concorso in bancarotta, ma non avrebbero più chiesto la certificazione “per poter continuare a dire di non avere notizia formale di indagini a proprio carico”.

Poi, ci sarebbe un ulteriore ritardo dovuto a un iter procedurale. Dopo sei mesi dall’iscrizione, i pm devono chiedere obbligatoriamente la proroga delle indagini al giudice delle indagini preliminari che a sua volta deve notificare la richiesta di proroga all’indagato per informarlo delle indagini a suo carico. Questo passaggio va fatto tramite l’invio di una breve PEC al legale dell’indagato, cosa non giunta a Santanchè. Per quale motivo?

Semplice. Nel caso del falso in bilancio di Visibilia, Daniela Santanchè non avrebbe mai conferito un formale mandato a un avvocato penalista, mentre il civilista che la segue nelle udienze fallimentari delle società non ha titolo.

Daniela Santanchè e le accuse emerse dall’inchiesta di Report

Daniela Santanchè e le accuse emerse dall'inchiesta di Report

Tra l’altro, l’inchiesta di Report su Daniela Santanchè non riguardava neanche l’indagine a suo carico per debiti col fisco delle quattro società del gruppo Visibilia. Una delle accuse mosse dal programma di Sigfrido Ranucci alla ministra era di aver gestito in modo poco trasparente le sue aziende, licenziando i dipendenti senza riconoscere loro il trattamento di fine rapporto (tfr), come testimoniato dalle parole di alcuni di loro rilanciate dal M5S, che ha avanzato una mozione di sfiducia al Governo.

Non solo. In almeno un caso, Santanchè avrebbe violato la legge per aver imposto a una dipendente la cassa integrazione a zero ore a sua insaputa, facendola continuare a lavorare. L’accusa – in caso di denuncia – potrebbe essere di truffa ai danni dello Stato, visto che i dipendenti in cassa integrazione a zero ore vengono pagati dalle casse statali e per legge non dovrebbero lavorare.

Leggi anche: Testamento di Silvio Berlusconi, cosa lascia agli eredi?

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Classe 1998, romana. Laureata in Scienze politiche e relazioni internazionali, ama l’attualità e la letteratura, ma la sua passione più grande è la sociologia, soprattutto se applicata a tematiche attuali. Nel tempo libero divora film e serie tv.
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