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Copyright: approvata nuova direttiva europea. È la fine di internet?

Il 12 settembre il Parlamento Europeo ha votato a favore della riforma del Diritto d'autore.

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Il 12 settembre scorso è stato un giorno cruciale per il mondo del web: il testo della riforma del copyright è stato votato ed approvato dal Parlamento Europeo. Impossibile non ricordare la polemica scoppiata a luglio per questo medesimo testo: Wikipedia oscurò addirittura quasi tutte le sue pagine in molti paesi per esprimere un massaggio forte di protesta.

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In cosa differisce in sostanza questa direttiva da quella di qualche mese fa? La risposta è: in poco. Si tratta in realtà dello stesso testo bocciato a luglio che questa volta però è stato approvato con la presenza di alcuni emendamenti che comunque lasciano inalterato l’assetto generale.

Questa riforma sarà la fine di internet come lo conosciamo? Forse sì, forse no ma prima di dare una risposta a questa domanda va chiarito che il cammino della direttiva non è finito. Il prossimo step prevede la discussione del testo approvato col Consiglio dell’Unione: da questo dialogo a porte chiuse, si otterrà un testo definitivo che verrà votato nella plenaria del Parlamento verosimilmente a Gennaio del 2019. Gli Stati membri potrebbero però non recepire immediatamente il nuovo regolamento, che come abbiamo detto, impiegherà diversi mesi prima di vedere la luce. Ma vediamo ora in cosa consiste la riforma, quali sono state le modifiche rispetto a quella presentata a luglio e soprattutto cosa cambierà nel mondo di internet e del Diritto d’autore.

Gli articoli sotto accusa

Durante l’estate, a seguito delle mille polemiche e della bocciatura la proposta è stata rivista e modificata, nel tentativo di renderla accettabile da tutte le parti in causa. Lo stesso Axel Voss, l’eurodeputato che ha portato la proposta davanti al Parlamento Europeo a luglio, ha dichiarato poco prima del voto:

Oggi per la seconda volta abbiamo la possibilità di decidere dell’utilizzo del diritto d’autore nel mercato unico digitale – ha detto Voss – un nuovo rifiuto sarebbe uno schiaffo all’industria creativa dell’Europa e i problemi del testo sono noti ma la proposta è davanti a tutti e può essere migliorata in futuro insieme”.

Due sono i nodi che più hanno infiammato gli animi in questi mesi: l’Articolo 11 e l’Articolo 13.

L’Articolo 11 definisce il rapporto tra gli editori e le piattaforme di distribuzione dei contenuti nel web, come social network e motori di ricerca: questi ultimi quindi devono garantire una remunerazione equa per gli autori di cui condividono e veicolano i contenuti, altrimenti non potranno utilizzarli.

Fin qui tutto chiaro e potremmo dire equo. Ma come la mettiamo ad esempio con Google? È chiaro che il più grande motore di ricerca al mondo tragga vantaggio nell’utilizzare articoli e contenuti di un altro sito web così come è incontrovertibile che le visite che questo stesso sito ottiene siano in gran parte merito di Google. Logica vorrebbe che dal momento che non è il motore di ricerca stesso a produrre i contenuti, è giusto che venga riconosciuta una remunerazione a chi invece i contenuti li produce.

Ipotizziamo il caso – assai probabile – che Google decida di non pagare i contenuti di un piccolo editore: questo si troverebbe letteralmente tagliato fuori dal mondo, da un motore di ricerca che copre quasi il 91% del mercato. Siamo sicuri che questo tuteli veramente i piccoli editori? O più semplicemente saranno solo i colossi dell’editoria e beneficiare dell’attenzione del grande motore di ricerca e continuare ad essere diffusi sul mercato? La risposta a questa domanda non è semplice, ma sicuramente questo articolo creerà non pochi problemi a piccole realtà che già adesso faticano a competere sul mercato.

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L’eurodeputato tedesco Axel Voss che ha portato la riforma del copyright davanti al Parlamento Europeo, festeggia il voto ottenuto.

Più tutele per il Diritto d’autore o un rischio per la libertà d’espressione?

Arriviamo quindi all’Articolo 13: qui si tratta di obbligare le grandi piattaforme del web a creare ed utilizzare strumenti che siano in grado di riconoscere i contenuti protetti da Diritto d’autore. Perché tante polemiche su questo articolo? In fin dei conti è un concetto giusto: YouTube sta cercando da anni di creare un sistema che gli garantisca di non pubblicare video protetti da copyright senza che l’autore ne sia informato – con risultati non eccellenti per ora. Molti figure di rilievo come Tim Berners Lee  – uno dei creatori del Web –  e Jimmy Wales – il fondatore di Wikipedia – sono convinti che questa norma consentirebbe di utilizzare un filtro col quale governi e grandi multinazionali avrebbero la possibilità di avere pieno controllo dei contenuti prodotti dagli utenti. Il concetto di libertà su cui si fonda Internet sarebbe completamente annientato. Sarà davvero così? Anche in questo caso la risposta non è scontata.

L’articolo 13 in realtà non parla di nessun filtro ma solo di tecnologie in grado di capire ad esempio se un’immagine condivisa sia sotto la tutela del Diritto d’autore per fare in modo che il suo creatore riceva una giusta remunerazione. Tecnologicamente parlando questa operazione è impossibile senza un certo controllo del contenuto che si sta analizzando: chi eseguirà questa analisi? E nel caso in cui sia necessario bloccare il contenuto, chi o cosa lo deciderà? Il passo successivo potrebbe essere utilizzare questo sistema per bloccare una protesta contro un dittatore o una denuncia verso qualche istituzione. L’Articolo 11 va a toccare problemi economici fondamentali a livello mondiale ma qui parliamo di qualcosa di più: si stanno mettendo in discussione argomenti più profondi come i diritti umani e la libertà d’espressione.

Una riforma necessaria in un sistema che va rivisto

Su una cosa siamo tutti d’accordo: il sistema del copyright e del Diritto d’autore va rivisto. Facciamo l’esempio dell’informazione. Chi produce contenuti di informazione ha guadagni molto spesso vicini allo zero. Questo cosa porta? Al concentrarsi sulla quantità piuttosto che sulla qualità e a dare informazioni parziali perché soggette a qualche forma di sponsorizzazione. Ecco, tra le altre cose, da dove nasce il fenomeno delle fake news. Un editore in qualche modo deve rientrare degli alti costi che si trova a dover fronteggiare: il modo migliore è produrre qualcosa che crei clic e ritorno economico, poco importa se sia vero o falso. Il settore della musica è in una situazione ancora più disastrosa: se possiamo ascoltare un brano su YouTube non è assolutamente detto, anzi 9 volte su 10 non lo è, che l’autore di quel brano abbia ricevuto il giusto compenso per la condivisione del video sulla piattaforma, fatta magari da qualcun altro.

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Il mondo di oggi, la sua globalità, la sua digitalizzazione ci fa capire che questa riforma non può essere affrontata a livello del singolo paese. Per fortuna, trovandoci in una realtà come quella europea, abbiamo la possibilità di creare qualcosa di condiviso che possa andare bene – più o meno – per tutte le nazioni che ne fanno parte.

Il frutto di tutto questo è un testo di 66 pagine che ha la stessa portata rivoluzionaria che ha avuto la riforma sulla privacy – il GDPR. Queste nuove norme riguardano chi produce un contenuto – un giornale, un cantante, un fotografo –  e le grandi piattaforme di condivisione: cosa può importare tutto questo ad un normale utente? Importa per il semplice fatto che questa direttiva sconvolgerà tutti gli elementi fondamentali della condivisione dei contenuti, compreso quello della fruizione.

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Cosa ci aspetta dal prossimo futuro?

Non è il caso di fasciarsi la testa: la legge deve ancora essere approvata definitivamente e questo avverrà non prima di Gennaio 2019. Se rimanesse così com’è ci potrebbero essere alcuni cambiamenti epocali: Google potrebbe decidere di eliminare il servizio Google News da tutta l’Europa. Cosa cambia nella nostra vita? Forse nulla ma per gli editori potrebbe essere una vera e propria catastrofe. Del resto il rischio che si corre è di veicolare solo i contenuti che le grandi piattaforme avranno la voglia di pagare, lasciando fuori una enorme fetta di informazione – spesso di qualità – prodotta da editori e aziende minori. Il rovescio della medaglia è che adesso come adesso quasi tutto su internet viene fruito gratuitamente, senza il minimo risarcimento verso chi per produrre quel contenuto ha investito tempo, risorse e creatività.

Il passaggio a questa riforma segnerà un cambiamento enorme nella storia della cultura digitale, forse uno dei più importanti e quando si ha a che fare con rivoluzioni di questa portata commettere errori è inevitabile. L’entità di questi errori la scopriremo solo con il tempo ma una situazione in cui un giornalista non può vivere scrivendo e un musicista suonando non è più sostenibile. Il lavoro va retribuito ma soprattutto va fermata questa caduta libera verso la mediocrità dei contenuti.

 

di Martina Mugnaini

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