Giuseppe Dellantonio a 103 anni è la guida alpina più longeva d’Italia: “Con i clienti rimane l’affetto”

Giuseppe Dellantonio è la guida alpina più longeva d'Italia. Nei suoi 103 anni di vita ha scalato numerose vette e accompagnato altrettanti clienti, di cui dice: "Quando uno si affida a te diventa un amico".

Giorgia Fazio
Ad image

A 103 anni, compiuti lo scorso marzo, Giuseppe Dellantonio si aggiudica il titolo di guida alpina più anziana d’Italia. Il suo rapporto con la montagna è iniziato nel 1939, quando era appena sedicenne, e da quel momento non l’ha più lasciata. Sono seguiti gli esami da portatore, nel ’49, e l’ufficialità di essere diventato guida alpina, nel ’52.

Nel corso di questa lunghissima carriera, fatta di camminate e racconti, Dellantonio ha confidato al “Corriere della Sera” che l’aspetto più bello riguarda il legame che si crea con i clienti: “Quando uno si affida a te, alla tua corda, alla tua esperienza, non è più un cliente che paga e lo accompagni, è un amico. Perché dopo si ricorda di te, ti scrive, magari ritorna dopo tanti anni, come è successo spesso anche a me“.

Giuseppe Dellantonio, la guida alpina più longeva d’Italia

Giuseppe Dellantonio

Giuseppe Dellantonio ha 103 anni e a Moena, in provincia di Trento, è conosciuto da tutti come “Bepi Tasin”, quando ancora era un portatore, ovvero colui che trasporta carichi o merci sulle montagne. Nel giro di pochi anni è diventato una guida alpina, oggi la più anziana in tutta Italia. La passione per la montagna è comparsa abbastanza presto, come ha raccontato lo stesso Dellantonio al “Corriere della Sera”:

In seconda elementare.

Il maestro, Cristiano Vadagnini, che seguiva tutte le grandi scalate di quel periodo — Marmolada, Sassolungo, Latemar — ci parlava delle Dolomiti, di queste nostre montagne meravigliose che milioni di anni fa sono nate dal mare.

Io ero affascinato e incuriosito.

Mi chiedevo: se vado fin lassù, chissà cosa c’è dall’altra parte….

Avevo 9 anni, ero in quarta elementare.

Allora c’era il sabato fascista, in genere si marciava.

Una volta abbiamo detto all’insegnante, si chiamava Carlo Ganz, che eravamo stufi e allora lui ci portò a vedere l’aquila di bronzo che c’è sulla Roda di Vaèl.

Tutto a piedi fino al passo di Costalunga, non c’erano ancora gli impianti.

E poco dopo, con dei ragazzi più grandi, salii anche sulla Torre Finestra, è stata la mia prima vera scalata.

Inizialmente, i genitori di Giuseppe non volevano che frequentasse la montagna. Non per paura, ma perché non rappresentava una fonte di guadagno. Poi è arrivato l’arruolamento in guerra, nel 1941, e, dopo la fine del conflitto, l’inizio del lavoro come falegname e docente negli istituti tecnici. Nel frattempo Dellantonio è diventato anche guida alpina:

Mi ero messo d’accordo con il datore di lavoro, mi lasciava andare quando c’era qualcuno che voleva salire.

Fare la guida è sempre stata un’opzione, non è mai stato il mio lavoro principale.

Salivo soprattutto d’estate.

Poi ho rallentato quando mi sono sposato nel 1958.

Ho conosciuto mia moglie Fleride a Cortina, lei faceva l’istitutrice per una famiglia milanese.

Abbiamo avuto tre figli, ho ripreso ad andare quando sono diventati grandi e sono andato in pensione.

Leggi anche: Emma Mazzenga a 92 anni corre come una ventenne: “Il segreto è non fermarsi mai”

Il rapporto con la montagna e i clienti

La prima volta che Giuseppe Dellantonio ha accompagnato qualcuno in montagna è stato nel 1949, sulla Marmolada. La guida alpina ha raccontato al “Corriere della Sera” che è stato emozionante, mentre su un momento che non dimenticherà mai ha detto:

Milano, 1954.

Andammo ad accogliere la spedizione italiana che tornava dal K2.

Ricordo Ardito Desio che si prendeva tutta la scena.

E un concerto alla Scala, tutti vestiti con i pantaloni di fustagno e le corde al petto.

Nel corso degli anni non sono di certo mancati gli imprevisti, come frane o incidenti di percorso, ma Dellantonio ha sempre avuto la prontezza e la forza di ripartire. A tal proposito, la guida ha sottolineato quanto sia importante conoscere bene la montagna, studiarla, rispettarla e affidarsi a dei professionisti per scalarla, senza avventurarsi in situazioni estreme. Sul rapporto con i clienti, infine, confessa:

Non mi piace chiamarli così.

Quando uno si affida a te, alla tua corda, alla tua esperienza, non è più un cliente che paga e lo accompagni, è un amico.

Perché dopo si ricorda di te, ti scrive, magari ritorna dopo tanti anni, come è successo spesso anche a me.

Rimane la confidenza e anche un po’ di affetto.

Leggi anche: Howard Tucker a 102 anni è il medico più longevo al mondo: qual è il segreto?

Condividi
Ad image