Agosto è da sempre il mese per eccellenza dei “libri in valigia”. Oggi, tuttavia, la scelta di quale libro leggere non passa più soltanto dai supplementi culturali tradizionali o dal consiglio del libraio di fiducia, ma soprattutto dagli schermi degli smartphone. Il flusso continuo dei contenuti sui social network ha trasformato la lettura in un’esperienza visiva, estetica e condivisibile, capace di muovere volumi di vendita e classifiche d’ascolto notevoli.
Dietro l’entusiasmo per i libri virali e i trend digitali emerge una realtà complessa, poiché i social spingono ad acquistare più libri senza garantire una lettura davvero intensa e consapevole.
Più acquisti, meno lettori: il grande inganno dei numeri digitali

L’impatto delle community digitali sull’editoria ha generato fiammate di vendite per alcuni generi di tendenza. Come mostra un’inchiesta del quotidiano francese “Le Monde” e come riportano i dati internazionali YouGov di dicembre 2024 citati da “Domani”, la situazione sociologica globale racconta però un’altra storia: i “non lettori”, cioè coloro che non aprono nemmeno un libro all’anno, sono in aumento.
Nel primo trimestre dell’anno l’industria editoriale ha registrato un calo del 6,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre i prestiti bibliotecari hanno toccato un livello storicamente basso. Negli Stati Uniti, l’indagine YouGov 2025 ha rilevato che il 40% degli adulti non ha letto nemmeno un libro intero in un anno. In Italia, l’indagine Ocse-Piaac 2024 sulle competenze di literacy colloca il Paese al 26° posto su 31 partecipanti: oltre un terzo della popolazione adulta tra i 16 e i 65 anni si trova a un livello di alfabetizzazione funzionale molto debole o quasi assente.
La trappola dello scroll e la fine della concentrazione
L’aspetto fondamentale non riguarda soltanto il numero di pagine lette, ma la trasformazione del modo in cui si presta attenzione. Il passaggio dalla pagina stampata allo schermo ha frammentato la concentrazione e reso più difficile una lettura continua e prolungata.
A confermarlo sul piano neurobiologico è uno studio EEG condotto dall’Università dello Zhejiang, pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Human Neuroscience dal titolo “Mobile phone short video use negatively impacts attention functions”. La ricerca dimostra come la fruizione compulsiva dei video brevi riduca significativamente la potenza delle onde theta nella corteccia prefrontale: in sostanza, lo swipe continuo atrofizza l’area del cervello responsabile del controllo degli impulsi e della risoluzione dei conflitti cognitivi, sopprimendo le funzioni cerebrali superiori a favore di gratificazioni dopaminergiche immediate.
Cinque secoli dopo la rivoluzione di Gutenberg, che aveva consacrato il libro come tempio della linearità e del pensiero profondo, la rete, regolata da algoritmi che privilegiano contenuti rapidi e visivamente immediati, spinge verso un multitasking costante che sottrae spazio alla profondità della lettura.
Sui social, la recensione critica viene spesso sostituita dalla performance dell’emozione, mentre l’estetica della copertina tende a contare più del contenuto del libro. Quella “lentezza” che Nietzsche considerava essenziale per l’atto del leggere appare oggi sempre più difficile da praticare.
A quantificare questo crollo della concentrazione è l’imponente ricerca della professoressa Gloria Mark dell’University of California (Irvine), i cui esiti sono stati raccolti nel saggio Attention Span. I dati emersi mostrano come la soglia di attenzione continua su uno schermo – prima di cedere a una notifica o allo scroll compulsivo – sia precipitata dai 2 minuti e mezzo del 2004 ai soli 47 secondi attuali.
Notifiche, video e messaggi interrompono di continuo l’attenzione, rendendo la fruizione frammentata e discontinua. Il libro rischia così di perdere la propria funzione di strumento di approfondimento per diventare un oggetto identitario da esibire in pochi secondi di contenuto digitale.
Il parere del consulente editoriale Gabriele Scarpelli
La digitalizzazione della cultura apre dunque un bivio netto. Da un lato, gli algoritmi favoriscono nuove tendenze di mercato e rendono visibili alcuni titoli; dall’altro, emerge il rischio di una progressiva perdita della capacità di affrontare testi lunghi e complessi, una competenza decisiva per la tenuta del pensiero critico e per la qualità del dibattito pubblico.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: si è davvero arrivati alla fine della civiltà del libro per come è stata conosciuta finora?
Il commento di Gabriele Scarpelli, autore indipendente e consulente editoriale:
Lavoro nel settore editoriale da abbastanza tempo per sapere che, se ci fermassimo alla fredda superficie dei dati – per quanto li si debba dare per certi –, rischieremmo di cedere a uno sterile catastrofismo. I numeri servono a mappare la realtà, certo, ma non sono mai la verità assoluta; misurano la quantità del declino temporaneo, ma quasi mai riescono a inquadrare la qualità delle trasformazioni in atto.
Di fronte a statistiche che suonano allarmanti, a tratti orrorifiche, avverto l’urgenza di un netto cambio di postura. Non ho mai sopportato l’idealismo fine a se stesso o l’eterno piagnisteo di chi si intesta la missione del salvataggio del mondo, magari vittimizzandosi elogiando i tempi andati. L’unica volontà che sento ruggire dentro è quella di trovare un punto di vista diverso. Se commettiamo il vizio storico di giudicare l’oggi con il metro di ieri, finiremo inevitabilmente con le ossa rotte. È successo quando la tradizione orale si è arresa alla parola scritta, ed è successo di nuovo con l’invenzione della stampa di Gutenberg: ogni volta l’apocalisse culturale è stata annunciata, e ogni volta la conoscenza ha semplicemente mutato pelle. Se invece guardiamo in faccia i nuovi strumenti che l’era dell’iper-tecnica ci mette a disposizione, potremmo scorgervi opportunità inedite.
Oggi si lamenta la morte del pensiero critico e la fine della profondità. Ma ciò che increspa la superficie non è mai lo specchio esatto della profondità. Cartesio ci ha insegnato il celebre “Penso, dunque sono”. Tuttavia, curando di recente l’opera di un filosofo africano congolese mio cliente, mi sono imbattuto in un principio sviluppato dai loro studiosi e pensatori che riformula Cartesio in “Conosco (zaba), dunque sono” (dall’opera “È venuto il tempo – Ntangu yi fweni” di Nsaku Kimbémbé).
Se proviamo ad adottare questa prospettiva tutto cambia. Ci rendiamo conto che il pensiero critico, se privato della sostanza della conoscenza, è un guscio vuoto, una sorta di ginnastica mentale totalmente insufficiente.
Dobbiamo avere il coraggio di compiere un atto di eresia: smettere di feticizzare il libro considerandolo la panacea di tutti i mali o la bacchetta magica per l’intelletto. I social network e l’intelligenza artificiale cambieranno il nostro approccio agli acquisti e faranno prendere in prestito meno volumi nelle biblioteche? Sì, forse. Ma ricordiamoci che il libro è un mezzo, non un fine, e spesso nasce – soprattutto in narrativa – per mero intrattenimento. Chi è realmente assetato di conoscenza non dovrebbe essere devoto all’oggetto-libro in sé, ma al sapere che esso trasporta. Chi si straccia le vesti per il libro in quanto materia resta un romantico fuori tempo massimo, severamente a rischio di piagnisteo.
La verità scomoda è che gran parte dei tomi antichi e contemporanei, pur avendo fatto la storia, sono intrisi di “brodo allungato”. Probabilmente il 60% della filosofia occidentale si sarebbe potuta condensare risparmiando milioni di pagine. Ma agli autori, si sa – me compreso – piace perdersi nei riverberi del proprio pensiero: spesso c’è il bisogno narcisistico di “dire tanto” per mascherare il fatto di non avere il coraggio di andare subito all’essenziale (anche perché non verrebbero fuori abbastanza pagine per giustificare il prezzo di copertina, e massimizzare l’interlinea del testo risulterebbe palesemente disonesto).
Dobbiamo essere, dunque, abbastanza disincantati – o disincantisti? – da accettare le mutazioni della società. Che oggi la produzione e l’acquisizione della conoscenza passino attraverso un video breve, un riassunto generato da un algoritmo o un elenco puntato, dovrebbe importarci ben poco. Ciò che conta davvero, per chi di sapere è assetato, è il grado di assorbimento reale e concreto: la scintilla che quell’informazione comporta e trasduce dentro di noi.
Oggi, forse, è semplicemente arrivata la resa dei conti anche per gli autori e gli scrittori. L’iper-modernità non sta uccidendo la cultura, ne sta esigendo la distillazione. O hai qualcosa di fortemente essenziale e vitale da dire in poche pagine e in poco tempo, oppure puoi comodamente metterti in fila con chi frigna perché il proprio libro non vende, dando la colpa all’ignoranza di questa nostra epoca inebetita.
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