Dopo un lungo periodo di assenza, il ritorno di Vittorio Sgarbi è finalmente realtà. Vederlo di persona sul palco – prima alla Festa del Corriere a Ferrara a maggio 2026, poi a luglio sotto i riflettori della Milanesiana a Bergamo – ha tolto ogni dubbio: era lì, a riprendersi il suo spazio. La sua presenza fisica ha catturato gli sguardi di tutti, non solo per l’inevitabile curiosità mediatica, ma perché quel ritorno riapre il discorso sul confine sottilissimo tra cultura, spettacolo e vulnerabilità. Il suo caso, infatti, non è la semplice cronaca di un rientro, ma la storia di come i media e la TV trasformino un uomo in un simbolo di forza e fragilità.
Il ritorno di Vittorio Sgarbi dopo la depressione

Per anni, Sgarbi ha incarnato una presenza totalizzante nel panorama mediatico italiano. Come ricordato anche nei successivi dibattiti e ricostruzioni giornalistiche, la sua prolungata lontananza ha creato un vuoto insolito in un sistema culturale abituato alla sua costante iperattività e alle sue storiche invettive. Il ritorno sul palco ha mostrato un uomo profondamente diverso, meno proiettato verso l’estroversione aggressiva dei talk-show e più raccolto in una dimensione intimista.
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, tra cui un servizio di “Sky TG24” del marzo 2025, la malattia di Sgarbi ha coinvolto anche la sfera psicologica, con riferimenti a una condizione depressiva. La parabola della sua malattia ha svelato la fragilità di un uomo che, confessandosi con Antonio Gnoli su Robinson, “La Repubblica”, in un’intervista poi ripresa da “Il Fatto Quotidiano”, ha dichiarato:
La mia attuale malinconia o depressione è una condizione morale e fisica che non posso evitare. Come abbiamo il corpo così ci sono anche le ombre della mente, dei pensieri, fantasmi che sono con noi e che non posso allontanare. Non ne avevo mai sofferto. Mi sembra un treno che si è fermato a una stazione sconosciuta.
Nello stesso periodo di ricovero, Sgarbi ha confidato la fatica del quotidiano, scardinando l’immagine del polemista instancabile:
Ho perso parecchi chili. Faccio fatica in tutto. Riesco a tratti ancora a lavorare. Ho sempre dormito poco. Ora passo molto tempo a letto.
Un’ammissione limpida, che abbatte di colpo il mito dell’intellettuale battagliero per svelare l’uomo dietro la maschera.
Tuttavia, la narrazione di un uomo definitivamente sconfitto è stata smentita dallo stesso Sgarbi. Nelle colonne del “Corriere della Sera” a fine dicembre 2025, in merito alle vicende legali sull’amministratore di sostegno chieste dalla figlia Evelina, il critico d’arte ha alzato la voce per rivendicare con forza la sua ripresa e la sua piena capacità mentale:
Nessuno potrà più permettersi di sostenere illazioni calunniose né sul mio reale stato di salute né sulla liceità dei comportamenti di chi mi sta vicino. […] La mia lucidità mentale si misura anche dal fatto che non prendo sul serio domande simili.
Una sferzata che dimostra come, sotto il peso della vulnerabilità fisica, l’istinto polemico e l’orgoglio intellettuale del critico rimangano intatti, rifiutando qualsiasi etichetta di sottomissione al tempo.
Spettacolo e fragilità: il vero significato del ritorno
Il rientro di Sgarbi mette a nudo un meccanismo tipico del nostro giornalismo culturale: l’abitudine di trasformare le idee in spettacolo per catturare l’attenzione del pubblico. Per decenni la sua figura si è mossa su un doppio binario, divisa tra l’autorevolezza della saggistica e la provocazione da studio televisivo. Questa sovraesposizione ha contribuito a creare un personaggio pubblico spesso percepito come bidimensionale, un uomo-istituzione di cui la televisione ha ripetutamente proposto le invettive più accese.
Oggi che quel ritmo frenetico si è dovuto forzatamente fermare, l’opinione pubblica sembra fare fatica a ridefinire il proprio rapporto con il critico. La sua recente parabola, trascorsa a lungo lontano dai riflettori, evidenzia una dinamica puramente umana che le logiche dello schermo tendono sempre a cancellare, mostrando la realtà di un corpo che invecchia e che soffre, ormai incapace di piegarsi alle esigenze della sua stessa caricatura mediatica.
Vedere Sgarbi sul palco in questa veste più fragile non diminuisce il suo spessore culturale, ma ne restituisce una verità più cruda, priva di filtri protettivi. Un passaggio delicato, sospeso tra il ricordo del personaggio e la realtà dell’uomo, che ridefinisce interamente il suo legame con il pubblico.
Il commento dell’intellettuale Gabriele Scarpelli
Il ritorno di Vittorio Sgarbi è lo specchio di una società che oscilla costantemente tra il culto della forza espressiva e il voyeurismo della fragilità. Cosa si nasconde, allora, dietro questo passaggio? È il tramonto definitivo di una maschera o l’altissimo atto di un uomo che accetta la metamorfosi pur di non rinunciare alla propria verità? Il commento di Gabriele Scarpelli, autore indipendente, ghostwriter e poeta:
Per rispondere lucidamente all’interrogativo che il ritorno di Vittorio Sgarbi pone alle nostre coscienze, devo innanzitutto impormi una ferrea disciplina emotiva: lasciare da parte il feroce dispiacere che nutro nel vederlo segnato dal dolore, nel sentirlo esprimere con quell’incedere rallentato e faticoso che va ben oltre il corpo.
Tuttavia, fermarsi all’amarezza significherebbe non comprendere la portata monumentale del suo gesto. Ritengo infatti che il suo mostrarsi in pubblico in questo stato di disarmante fragilità — proprio lui, che per decenni ha abituato il Paese a un’esuberanza fisica e retorica del tutto inarrestabile — sia l’ennesimo, altissimo atto di un uomo che ha fatto della ricerca della verità il baluardo inespugnabile della propria esistenza.
Insegnava Eraclito che “nulla è costante tranne il cambiamento”. Solo un autentico amante della verità esistenziale sa quanto sia necessario — e persino doveroso — abbracciare il divenire, accettando la metamorfosi imposta dalla vita e dal tempo. Quando la malattia ci spoglia della nostra antica vigoria, avere il coraggio di calcare comunque la scena significa gridare al mondo intero che non vi è alcuna vergogna nella caducità. Chi ha fatto dell’espressione di sé un’arte come Vittorio Sgarbi, infatti, non teme affatto di mostrare il suo crepuscolo.
Il trionfo della realtà sulla dogmatica del personaggio è sopraggiunto nel matrimonio con Sabrina Colle. Per una vita intera Sgarbi ha lanciato le sue invettive contro l’istituzione matrimoniale, facendone un cavallo di battaglia del suo spirito libertario. Arrivare, nel momento di maggiore debolezza, a rinnegare pubblicamente e consapevolmente le proprie certezze passate, è il segno di una suprema libertà intellettuale. Sgarbi è sempre stato un maestro nel mostrarsi per ciò che era nel pieno della salute; oggi dimostra di esserlo ancora una volta e ancora di più nella vulnerabilità, smontando il proprio stesso mito in nome del cambiamento e di un amore riconosciuto necessario.
Ricordo ai suoi detrattori che solo un miserabile di cuore e di spirito — di fronte a un uomo così fragile e provato — può continuare a frugare morbosamente nelle sue ombre e nelle sue controversie giuridiche.
Godere del dolore altrui, illudendosi che una spietata giustizia poetica si sia finalmente abbattuta sull’oratore instancabile, è la certificazione di una pochezza d’animo incurabile.
Nel frattempo, Vittorio, tenendo fede al suo stesso nome dal fondo della sua fatica, vi sovrasta ancora una volta, imponendo al mondo l’ennesima, schiacciante vittoria ontologica contro ogni pronostico.
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