L’ascesa del filosofo digitale: come l’AI premierà le lauree umanistiche

Dopo decenni di dominio STEM, il settore tech cerca professionisti umanistici per guidare e umanizzare la rivoluzione dell'AI generativa.

Chiara Stracchi
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L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa stravolge i vecchi paradigmi occupazionali e proietta la figura del filosofo digitale intelligenza artificiale al vertice delle richieste del settore tech. Per decenni il mercato globale premia esclusivamente le discipline STEM, declassando la filosofia a percorso privo di sbocchi reali. Oggi, però, la tendenza si inverte: se la programmazione pura subisce una progressiva automazione, l’analisi dei sistemi complessi, la logica formale e la risoluzione di dilemmi morali rimangono prerogative umane insostituibili.

I giganti della Silicon Valley comprendono che per costruire macchine intelligenti non bastano le righe di codice, servono solidi principi etici. Questo cambiamento trasforma il pensiero critico in un asset economico strategico, indispensabile per garantire la sicurezza degli algoritmi e la conformità a normative stringenti come l’AI Act europeo. Una rivoluzione culturale che ridefinisce anche il sistema formativo italiano, dove atenei storici come la Sapienza di Roma inaugurano corsi di laurea magistrale dedicati per formare i professionisti che dovranno guidare e umanizzare lo sviluppo tecnologico globale.

Il Ruolo del Filosofo Digitale nell’Intelligenza Artificiale e il Caso Amanda Askell

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Uno degli esempi più emblematici di riconversione della filosofia verso l’IA è Amanda Askell, filosofa scozzese con dottorato in Filosofia alla New York University, specializzata in etica e teoria delle decisioni, oggi responsabile del personality alignment di Anthropic, dove lavora sul carattere e sui valori di Claude più che sul codice. Il New York Times la descrive come la ricercatrice incaricata di rifinire il “carattere” del chatbot, mentre il Wall Street Journal la presenta come la resident philosopher che studia i pattern di ragionamento di Claude e ne corregge gli errori con lunghi prompt, per dotarlo di una sorta di bussola morale.

Askell paragona spesso il proprio lavoro a quello di un genitore che cresce un bambino, insegnando a Claude a distinguere tra giusto e sbagliato, a leggere le sfumature emotive e a non essere né un bullo né un doormat, ma un agente utile e umano. Il podcast Hard Fork del New York Times la introduce infatti come la filosofa interna responsabile dello sviluppo del carattere di Claude e della sua “Costituzione”. Questa impostazione è alla base del programma di Constitutional AI, descritto nel paper Constitutional AI: Harmlessness from AI Feedback, di cui Amanda Askell è co‑autrice, e nella pagina ufficiale Claude’s Constitution di Anthropic, dove la “costituzione” del modello è definita come un insieme di principi ispirati, tra gli altri, alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e a linee guida etiche e di sicurezza.

Il peso internazionale: la spinta dei mercati e dei media globali

Quella che possiamo definire la rivincita delle humanities nell’economia tech, guidata dal filosofo digitale, non è una moda, ma un trend strutturale riconosciuto da organismi internazionali e grandi media. Nel Future of Jobs Report 2025, il World Economic Forum indica l’analytical thinking come la competenza più richiesta dai datori di lavoro nel 2030, accanto a capacità socio‑emotive come resilienza e leadership, mentre le competenze in AI e big data figurano tra le skill in crescita più rapida. Lo stesso WEF, in un’analisi del 2026, segnala che quasi metà delle competenze “core” dei lavoratori sarà trasformata dall’IA nei prossimi anni.

Anche il dibattito mediatico converge su questa direzione. In un’analisi del 2026, il New York Times osserva che, dopo anni di marginalizzazione, le humanities tornano centrali nell’era dell’AI perché forniscono ciò che gli algoritmi non hanno: comprensione del comportamento umano, capacità di giudizio critico, profondità interpretativa. In parallelo, la presidente di Anthropic Daniela Amodei, in un’intervista ripresa da Business Insider, sostiene che l’AI renderà le lauree umanistiche più importanti che mai, perché le macchine eccellono nelle competenze STEM mentre agli esseri umani spetta capire chi siamo, la nostra storia e cosa ci rende umani, e perché le aziende cercheranno sempre più capacità di pensiero critico, empatia e comprensione dei contesti.

Sul versante tecnico, uno studio interno di GitHub, Research: quantifying GitHub Copilot’s impact on developer productivity and happiness, mostra che gli sviluppatori che usano Copilot completano un compito di programmazione standard circa il 55% più velocemente rispetto al gruppo di controllo. Un’analisi di Forbes firmata da Janakiram MSV, How GitHub Copilot Evolved With Enhanced AI And Ecosystem Expansion, segnala inoltre che, grazie all’integrazione di modelli evoluti, Copilot può arrivare a generare quasi la metà del codice in alcuni progetti, diventando di fatto un co‑autore del software.

Copilot non è più un semplice autocomplete, ma un “AI pair programmer”che suggerisce funzioni, refactoring, test e interi workflow a partire da istruzioni in linguaggio naturale. In questo scenario, il vantaggio umano si sposta dal “come” programmare al “perché” progettare un sistema, valutandone impatti sociali e limiti etici: è qui che il lavoro del filosofo dell’AI diventa centrale.

Il ruolo dell’Italia: l’eccellenza della Sapienza e dei nuovi corsi accademici

L’Italia sta iniziando a strutturare risposte accademiche a questa trasformazione. Alla Sapienza Università di Roma, il corso di laurea triennale in Filosofia e Intelligenza Artificiale (L-5), descritto nel catalogo ufficiale, è progettato per fornire conoscenze di base e avanzate sia in filosofia sia in intelligenza artificiale, promuovendo l’interazione tra pensiero filosofico, logica, epistemologia, studio dei sistemi intelligenti e tecnologie dell’informazione. Il corso punta esplicitamente a sviluppare capacità di analisi critica delle trasformazioni digitali, competenze argomentative e padronanza dei linguaggi tecnici, insieme alla comprensione storica e teorica dei modelli di razionalità scientifica.

In prospettiva, i filosofi digitali formati in Italia si muoveranno in un contesto regolatorio e aziendale sempre più stringente: il nuovo AI Act, pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, stabilisce regole armonizzate per i sistemi di IA con l’obiettivo di promuovere un’AI human‑centric and trustworthy e di tutelare salute, sicurezza e diritti fondamentali, soprattutto nei sistemi ad alto rischio. In questo quadro, formare profili capaci di dialogare con ingegneri, giuristi e regolatori, interpretando criticamente sia gli aspetti tecnici sia quelli etico‑sociali dell’AI, non è più un lusso umanistico ma una condizione strutturale della competitività europea e della capacità di governare l’innovazione.

Perché le discipline umanistiche restano indispensabili

Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, cancellare le discipline umanistiche sarebbe un errore di prospettiva. Nell’analisi del Centre for International Governance Innovation, l’articolo di Matthew da Mota, AI Use in Higher Education Does Not Have to Mean the Death of the Humanities, mostra che i chatbot sanno produrre testi formalmente corretti, ma non sono in grado di valutare davvero contesto, implicazioni etiche e solidità argomentativa come una mente umana formata alle humanities.

Come ricordato dagli analisti del World Economic Forum, la creatività, la capacità narrativa, l’empatia e il pensiero critico rimangono le uniche competenze che le macchine non possono replicare. Saranno proprio queste human skills a tracciare la linea di demarcazione tra chi subisce l’innovazione tecnologica e chi è chiamato a governarla come filosofo digitale di intelligenza artificiale.

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