Come farsi ascoltare davvero dai propri figli: la risposta è nelle neuroscienze

Perché spesso risulta difficile sentirsi compresi dai propri figli? Ecco cosa ci dice la scienza per costruire un legame solido basato sul linguaggio.

Ilaria De Santis
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Come farsi ascoltare dai propri figli? E quanto incide il linguaggio nella relazione? Spesso si pensa che sia solo una questione di carattere, ma in realtà le parole hanno un impatto molto più profondo sullo sviluppo cerebrale e sulla qualità del rapporto. Secondo lo studio Inter-neural co-regulation before and after an interactive perturbation in mother-infant dyads pubblicato su “Scientific Reports” ogni scambio comunicativo modifica letteralmente il funzionamento del cervello. Quindi, quando il dialogo tra mamma e bambino si interrompe, il cervello subisce degli importanti cambiamenti.

E spesso alcuni genitori lo ignorano: il cervello dei bambini non è come quello degli adulti. Inoltre, il sistema limbico degli adolescenti che gestisce emozioni e impulsi è altamente attivo, mentre la corteccia prefrontale, responsabile di pianificazione, controllo e logica, è ancora in fase di sviluppo.

A dirlo chiaramente è Sarah-Jayne Blakemore, Professoressa di Psicologia e Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Cambridge nell’opera Inventare se stessi. Cosa succede nel cervello degli adolescenti: molte reazioni non sono scelte consapevoli, ma risposte biologiche. La corteccia prefrontale, responsabile di razionalità e controllo, è ancora immatura, mentre le aree emotive e legate alla ricompensa sono altamente attive. Da parte degli adolescenti questo significa maggiore impulsività, forte reattività emotiva e ricerca di gratificazione immediata.

In tale scenario, quindi, il linguaggio riveste un ruolo fondamentale nel modo di porsi con i figli. Le parole che un genitore usa, e soprattutto come le usa, hanno un impatto diretto sul cervello del figlio. Secondo la Polyvagal Theory di Stephen Porges il sistema nervoso umano è costantemente alla ricerca di segnali di sicurezza o minaccia. Un tono di voce teso, uno sguardo distratto, o una frase percepita come troppo rigida possono attivare l’amigdala, il centro della risposta difensiva. E quando l’amigdala si attiva, l’ascolto si spegne.

Nei giorni d’oggi poi la sfida dell’ascolto diventa ancora più complessa. Secondo Adam Alter, Professore di Psicologia del Marketing alla NYU Stern School of Business e autore di Irresistibile. Come dire no alla schiavitù della tecnologia, app e social media sfruttano meccanismi dopaminergici che rendono l’esperienza digitale molto gratificante e difficile da interrompere. Ed ecco il risultato: il cervello dei ragazzi è costantemente stimolato da microricompense, mentre la comunicazione con i genitori richiede uno sforzo maggiore. Come fare allora per farsi ascoltare? Lo abbiamo chiesto a Sandra Solco, formatrice e autrice di BLOOM. Il metodo neuroscientifico che ti farà ascoltare da tuo figlio.

Come farsi ascoltare dai propri figli, il metodo BLOOM

Come farsi ascoltare davvero dai propri figli: la risposta è nelle neuroscienze 2

Con una solida formazione che spazia dalla pedagogia alla psicologia clinica, Sandra Solco coniuga il rigore della ricerca scientifica, consolidato attraverso un dottorato di ricerca presso l’Università di Salerno all’immediatezza pratica del coaching. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e consulente in ambito europeo per la valutazione dei sistemi di istruzione, il suo approccio è rivolto all’intelligenza emotiva e alla comunicazione efficace come strumenti essenziali per abitare con successo la complessità sociale contemporanea.

Inoltre, Sandra Solco è ideatrice del metodo BLOOM, un manuale che raccoglie in modo sistematico le più recenti scoperte neuroscientifiche e mette al centro il linguaggio come strumento di connessione e non di controllo. Avendo dialogato a lungo con la redazione de ildigitale.it, ci ha spiegato cos’è davvero BLOOM e perché è un valido aiuto per i genitori.

Che cos’è il metodo BLOOM?

BLOOM è un metodo che riguarda tutte le relazioni, è un approccio che affronta il mondo attraverso le parole che diciamo a noi stessi e agli altri. Unisce neuroscienze, relazione, linguaggio per trasformare le parole in strumenti di consapevolezza capaci di far fiorire relazioni sane con se stessi e con gli altri.

Trent’anni di lavoro tra coaching, formazione e neuroscienze, e poi un libro dedicato al rapporto tra genitori e figli. Come è nata l’idea di BLOOM?

Dopo trent’anni passati a osservare come le persone si parlano, mi sono resa conto che molti genitori restavano incastrati in automatismi linguistici e, invece di nutrire la relazione, la inaridivano. E ho capito che non servivano altri consigli generici, ma un vero e proprio Protocollo di Ecologia Relazionale. BLOOM è nato così, dalla necessità di tradurre la complessità delle neuroscienze in un’arte della parola che permetta ai legami di fiorire davvero.

E concretamente, il passaggio che avviene con BLOOM è lo spostamento dal reagire al rispondere. Un genitore spesso usa il linguaggio come uno strumento di controllo, ma grazie a questo metodo lo utilizza come uno strumento di connessione biologica, con l’obiettivo che il figlio non obbedisca per paura, ma ascolti, perché si sente profondamente compreso.

Nel libro parli di ‘rumore comunicativo moderno’. Quanto pesano gli smartphone e i social media in questo rumore?

Stiamo vivendo la prima generazione di genitori che deve competere con un algoritmo per l’attenzione dei propri figli. Il peso degli smartphone e dei social media in quello che definisco rumore comunicativo moderno è enorme, perché non si tratta solo di distrazione, ma di una vera e propria interferenza nei circuiti biologici dell’attenzione. Il cervello di un bambino è biologicamente progettato per cercare la connessione oculare e il rispecchiamento emotivo, ma oggi questi segnali devono farsi strada attraverso una nebbia di notifiche e stimoli dopaminergici. Quindi un genitore deve capire che per farsi ascoltare deve prima spegnere il rumore di fondo e riaccendere la presenza.

Cosa suggeriscono le neuroscienze per vincere questa competizione?

Per vincere la sfida contro l’algoritmo, le neuroscienze ci suggeriscono di non puntare sulla forza di volontà o sull’autorità, ma sulla biochimica della connessione. L’algoritmo stimola la dopamina, la ricerca del piacere immediato, ma il genitore ha a disposizione una carta molto più potente: l’ossitocina, l’ormone del legame e della fiducia.

Ed ecco come si ‘vince’ questa competizione secondo un approccio divergente e scientifico: sfruttando i Neuroni Specchio. Il cervello di un bambino è programmato per imitare ciò che vede. Se il genitore chiede attenzione con lo sguardo rivolto a uno schermo, i suoi neuroni specchio registrano incoerenza. L’algoritmo crea dipendenza perché è prevedibile nella sua imprevedibilità. Noi dobbiamo rispondere con la prevedibilità della relazione.

I momenti “digital detox” legati a un piacere sensoriale, che sia una carezza, un gioco fisico, una risata condivisa, rilasciano ossitocina che ha un effetto calmante sull’amigdala. E quando un genitore capisce davvero come funziona il cervello di suo figlio, smette di fare ciò che prima faceva automaticamente, e smette di interpretare tutti quei comportamenti come scelte morali o attacchi personali e inizia a vederli come necessità biologiche.

Come farsi ascoltare? Consigli pratici per i genitori

Analizzando, quindi, il metodo BLOOM e citando lo studio Bidirectional Relationship between Positive Parenting Behavior and Children’s Self-Regulation: A Three-Wave Longitudinal Study pubblicato su “Behavioral Sciences”, ecco alcuni consigli pratici per i genitori per farsi ascoltare davvero dai propri figli:

  • evitare punizioni e sarcasmo, perché urla e minacce verbali non solo non facilitano l’ascolto, ma attivano reazioni di difesa e paura nel bambino, rendendo difficile qualsiasi apprendimento o relazione positiva
  • puntare sulla connessione emotiva e su un linguaggio win-win. In questo modo bambini e adolescenti possono sentirsi davvero ascoltati e autoregolarsi quando sperimentano una relazione con un adulto calmo e presente
  • stabilire un contatto visivo senza dominazione e senza sembrare troppo giudicanti
  • usare un tono di voce pacato che non solo trasmetta sicurezza, ma fisicamente aiuta bambini e ragazzi a regolare le proprie emozioni
  • ripristinare la relazione dopo un conflitto, perché quando la comunicazione fallisce a causa di una lite, è bene fermarsi e riprendere il dialogo in un momento di maggiore tranquillità

Coltivare una connessione empatica con i propri figli non è solo una buona pratica educativa, ma riflette anche come il cervello di bambini e adolescenti, attraverso la corteccia prefrontale e l’amigdala, rispondano in modo ottimale agli stimoli emotivi dei genitori. Solo così potranno vederli come guide stabili per la loro vita e non come persone soggette alle emozioni momentanee.

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