Alberto Trentini, l’operatore umanitario veneziano detenuto nel carcere di Caracas per oltre 400 giorni, ha raccontato l’esperienza della prigionia nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa. Durante l’intervista, la prima del cooperante dopo il rilascio, Trentini ha ripercorso i momenti principali della detenzione, dalle “abitudini” in cella alle emozioni provate.
In particolare, il 46enne ha sottolineato di non aver subìto alcun abuso fisico, piuttosto psicologico. Il solo non saper quando tutto ciò sarebbe finito bastava a rendere la prigionia ancora più difficile. Prima il disorientamento, il non saper cosa stesse accadendo nel mondo fuori, poi un sistema di informazione approssimativo tra gli altri detenuti. In questo modo sono trascorsi i 423 giorni di Trentini a Caracas.
Inizialmente, inoltre, il cooperante non era a conoscenza del motivo per cui fosse stato rapito. Solo in seguito ha scoperto di essere una pedina di scambio. Eppure, a Fazio Trentini ha confessato, come riporta Il Giornale: “Mi sento abbastanza bene, devo dire che ho avuto il tempo di riposarmi e fare mente locale, credo di stare abbastanza bene“.
Il racconto di Alberto Trentini da Fazio
Alberto Trentini è apparso ieri, 1 febbraio, per la prima volta in TV, dopo il rilascio dalla prigione di Caracas. Intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa, il cooperante veneziano si è mostrato molto provato dall’esperienza vissuta. Non commosso, come invece il presentatore, ma quasi impassibile., come se a vivere la detenzione fosse stata un’altra persona.
La voce dell’operatore umanitario non si è incrinata neanche ricordando il momento dell’arresto o i giorni trascorsi in cella. Rispetto alla prima questione, riporta Il Giornale, Trentini ha dichiarato:
Ho mostrato il passaporto, si sono incuriositi, mi hanno detto di stare lì, di non andarmene, hanno fatto delle telefonate.
Dopo circa un’ora si è presentato il controspionaggio che immediatamente mi ha obbligato a presentare il cellulare , mi hanno portato in una stanza e mi hanno fatto un lungo interrogatorio di circa 4 ore.
Il tassista è rimato fuori, non è stato interrogato.
La cella Rodeo 1 – ma ne ho cambiate molte – erano tutte due metri per quattro con una turca che faceva anche da doccia, eravamo in due in cella.
I cambi di cella non erano mai giustificati, come nessun’altra azione del resto: venivano, ti dicevano di vestirti, di prendere le tue poche cose e ti cambiavano di cella.
A questo punto, il timore di non farcela, di essere ucciso, insieme alla paura dell’ignoto. Non sapere per quanto tempo sarebbe durata la prigionia e che cosa sarebbe potuto accadere da un momento all’altro sono state delle dinamiche, per Trentini, altamente d’impatto:
Violenze fisiche non ne ho subite, le riservavano alle persone che sospettavano di aver commesso qualcosa, mentre le violenze psicologiche sì, lo stesso fatto di non sapere quando sarebbe finita… e di non poter avere assistenza legale.
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I giorni trascorsi in cella

Come riporta sempre Il Giornale, Alberto Trentini ha raccontato a Fabio Fazio in quali condizioni ha affrontato la prigionia, sia rispetto alle abitudini imposte dall’alto, sia riguardo ai passatempi ideati con gli altri detenuti. Ecco le sue parole:
Le condizioni erano molto dure, avevamo l’acqua due volte al giorno, questa serviva per farci la doccia.
L’acqua da bere ci veniva consegnata a parte, l’acqua per svuotare la latrina e per farsi la doccia veniva data due volte al giorno a orari sempre differenti, quando volevano loro.
Non c’era nessuna opportunità di svago, pochissimi libri.
Mi avevano sequestrato gli occhiali, quindi ero in difficoltà.
Ne ho recuperato un paio di fortuna che mi permettevano per lo meno di vedere la faccia della persona con cui magari interagivo oppure di giocare a scacchi.
Poi, il ricordo dei momenti passati con gli altri ostaggi, tutti nella stessa condizione di incertezza e paura, forse questi gli appigli per resistere e continuare ad andare avanti.
Gli scacchi sono stati un regalo che ho ricevuto da dei ragazzi colombiani, che mi hanno regalato questa scacchiera con tutte le pedine, fatta con carta igienica, sapone, e magari quelle nere col caffè… questo è stato il più bel regalo perché mi permetteva di giocare.
Non avevo né fogli né penna, ma solo un gessetto: con quello sul muro segnavo i giorni che passavano.
Non avevo altro, soltanto i miei pensieri.
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Alberto Trentini e il mondo all’esterno
I pensieri sono ciò che pesano maggiormente quando si è prigionieri in una cella dalle dimensioni così ridotte. Su cosa passasse per la sua testa, Alberto Trentini ha raccontato a Che tempo che fa:
Come tante altre cose la detenzione per me ha avuto una prima fase molto dura di disorientamento, fino a quando ho potuto fare la prima telefonata a casa dopo sei mesi, che è durata cinque minuti, ma ho capito che i miei genitori stavano bene o benino, come dicono loro.
Prima di questo i miei pensieri non erano molto lucidi, pensavo continuamente a come uscire… questa trattativa, quell’altra trattativa.. i cento giorni di Trump… ci inventavamo teorie che in realtà non si sono mai verificate.
Dopo questa prima telefonata mi sono un attimo tranquillizzato, ho preso un po’ il controllo delle mie idee, complice anche che avevamo sviluppato un sistema di informazione tra detenuti.
E poi, ancora, la voce dei genitori a rassicurarlo e a dargli alcune informazioni su ciò che stesse accadendo nel mondo fuori:
Riguardo alle condizioni dei miei genitori e in generale dell’Italia nei primi sei mesi non sapevo assolutamente niente.
Poi ho potuto fare una seconda telefonata a luglio e mia mamma è riuscita a passarmi un po’ di informazioni sulla mobilitazione.
Le telefonate erano controllate, c’erano tre guardie davanti a me con il passamontagna.
Tutte le guardie erano a volto coperto, anche i medici.
Con qualche guardia siamo riusciti a scambiare un piccolo dialogo.
Nonostante i 423 giorni di detenzione e tutto ciò che ne è derivato, alla fine dell’intervista il cooperante ha dichiarato, come riporta Il Giornale: “Mi sento abbastanza bene, devo dire che ho avuto il tempo di riposarmi e fare mente locale, credo di stare abbastanza bene”.
Sul volto di Trentini, quindi, è apparso un sorriso sincero e sollevato, accompagnato dall’abbraccio tanto desiderato con la mamma, presente in studio.

