Papà dona due organi alla figlia: “Primo doppio trapianto da vivente in Italia”

Primo trapianto combinato da vivente in Italia. Un papà, infatti, ha donato alla figlia un rene e parte del proprio fegato, donandole un'infanzia degna di una bambina. Un gesto d'amore senza confini.

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Primo trapianto combinato da donatore vivente eseguito in Italia, più nello specifico a Bergamo, dove un papà ha dato alla figlia di 7 anni un rene e parte del proprio fegato. Come riporta Adnkronos, il primo pensiero dell’uomo, una volta compiuto l’intervento, è stato vedere e prendere in braccio la piccola.

I due sono stati dimessi il giorno seguente all’operazione e stanno bene. La bambina, finalmente, potrà correre e giocare tranquillamente, dopo essere stata costretta alla dialisi peritoneale domiciliare, di 13/18 ore al giorno, fin dall’età di quattro anni.

Grande commozione, quindi, nell’ospedale Papa Giovanni XXIII. Il direttore del reparto pediatrico, Lorenzo D’Antiga, ha dichiarato: È stato bello vedere un papà con la sua bambina in braccio e pensare che gli organi che una settimana erano nella pancia di uno ora erano nella pancia dell’altra“.

Papà dona 2 organi alla figlia

Il 18 dicembre scorso la vita di un papà e della sua bambina è cambiata completamente. I due, infatti si sono sottoposti al primo doppio trapianto combinato da vivente, in Italia. L’uomo, serbo di 37 anni, ha infatti donato un rene e parte del proprio fegato alla figlia di 7 anni.

Come fa sapere Adnkronos, la piccola, dall’età di 4 anni, era sottoposta a una dialisi peritoneale domiciliare, di 13/18 ore al giorno, a causa di una malattia genetica che colpisce, per l’appunto, reni e fegato. La situazione in cui si trovava la bambina ha costretto quest’ultima a ricorrere all’emodialisi, limitandone i movimenti. In seguito allo sviluppo di una cirrosi epatica, che impediva la sola esecuzione del trapianto renale, si è optato per un doppio intervento, simultaneo.

Il trapianto combinato è stato eseguito presso l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo ed è durato 18 ore. Il team della struttura ha lavorato in due sale chirurgiche attigue, coinvolgendo sei chirurghi, sette anestesisti e venti infermieri. Quindi, si è iniziato con il trapianto di fegato, eseguito dai chirurghi Domenico Pinelli e Marco Zambelli, per poi proseguire con l’operazione al rene, portata avanti dalle specialiste Annalisa Amaduzzi e Flavia Neri.

L’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è uno dei pochi centri autorizzati a realizzare trapianti di organi sia adulti che pediatrici. Per realizzare l’intervento di dicembre, è stata utilizzata la tecnica “split”, introdotta nella struttura nel 1999, che ha consentito il prelievo dal genitore del 25% del fegato.

Leggi anche: Doppio trapianto, mamma salva la figlia donandole parte di fegato: “È il primo caso in Italia”

La procedura tra Serbia e Italia

Papà dona due organi alla figlia: "Primo doppio trapianto da vivente in Italia" 2

Papà e figlia sono entrambi cittadini serbi, giunti in Italia grazie all’intervento del Ministero della Salute del loro Paese natale. L’iter che ha portato all’intervento, quindi, è stato gestito dai due Ministeri, serbo e italiano, valutando l’idoneità dei due pazienti, attraverso, fa sapere Adnkronos, la Commissione regionale di parte terza e la Procura di Bergamo.

A ottobre, una volta terminata la procedura, la famiglia è giunta in Lombardia. A spiegare in che modo è stato condotto il percorso è stato Lorenzo D’Antiga, professore dell’università di Milano-Bicocca e direttore della Pediatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII:

I nostri colleghi della Serbia, attraverso il loro Ministero della Salute.

Ci inviano normalmente, come altri Paesi dei Balcani, dei bambini per il trapianto, perché loro non hanno un programma.

Quindi qualche mese prima ci hanno segnalato questo caso, e c’è stato un lungo processo di valutazione a distanza, oltre che burocratico amministrativo.

È stato anche un periodo di ansia sia nostro che dei genitori.

Abbiamo cercato di comprendere e aiutare i nostri colleghi a distanza per la gestione di questa bimba che peggiorava rapidamente.

C’è stata anche una valutazione a distanza dei genitori, come potenziali donatori.

Noi facciamo degli esami del sangue per vedere le compatibilità più generiche, poi una valutazione approfondita di indagini radiologiche, Tac, risonanza magnetica.

Abbiamo un software molto sofisticato dedicato allo studio dell’anatomia di donatori e riceventi, che ci permette di calcolare le misure, i pesi.

C’è infatti bisogno di una corrispondenza sia anatomica che di peso e di volume dell’organo (la parte che si trapianta deve essere sufficiente a chi lo riceve, e non deve essere rimosso troppo tessuto dal donatore).

In più abbiamo un software che ci permette una sorta di “trapianto virtuale” prima di cimentarci con quello reale, e questo permette al chirurgo di valutare in modo molto dettagliato l’anatomia, e di riuscire ad essere precisi anche a distanza sulla compatibilità e sulla possibilità di eseguire l’intervento.

È stato complicato perché faceva la dialisi tutti i giorni.

È stata portata con un aereo del Ministero della Serbia.

Appena qui l’abbiamo subito attaccata alla dialisi e abbiamo trattato anche la patologia del fegato.

Poi è partita una fase di preparazione nel nostro ospedale, sono state ripetute tutte le valutazioni dal vivo ed è stata anche valutata l’idoneità alla donazione da un punto di vista psicologico, un passaggio istituzionale che viene fatto in Italia per confermare che la donazione sia fatta in piena libertà.

Il papà della bambina ha definito il suo “un gesto abbastanza scontato“, che ogni genitore farebbe per la propria figlia. Queste parole hanno particolarmente colpito D’Antiga, il quale ha confessato ad Adnkronos alcuni aspetti del 37enne:

Lui è un uomo silenzioso ed è un po’ più difficile raccogliere le sensazioni da una persona riservata e che non parla la tua lingua.

In ogni caso, dopo una settimana dall’intervento il papà è stato dimesso ed era lì al letto di sua figlia.

Gli abbiamo fatto le congratulazioni per il suo coraggio, perché si è trattato di un grosso intervento.

E lui ci ha detto con grande sobrietà e dignità, senza nessuna enfasi, solo una frase: “Qualsiasi padre farebbe quello che ho fatto io“.

Da papà gli do ragione.

Non ha avuto alcun dubbio, né ha percepito come un merito speciale il gesto fatto da un padre per un figlio.

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Come stanno papà e figlia

A dare aggiornamenti sullo stato di salute di papà e figlia sono le continue email scambiate tra i medici italiani e i protagonisti dell’intervento. Se da una parte il 37enne ha compiuto un gesto spontaneo e d’amore, sì, ma a ogni modo indispensabile, dall’altra la bimba si è ripresa nel migliore dei modi. Il papà ha raccontato ad Adnkronos:

La decisione di donare per nostra figlia l’avevamo presa io e mia moglie più di 2 anni fa, quando i medici ci hanno detto che era arrivato il momento di iniziare la dialisi e quindi anche la preparazione al trapianto.

Abbiamo pregato Dio di aiutarci e ha esaudito le nostre preghiere in questo modo.

I medici dell’ospedale di Bergamo hanno svolto il compito più grande e più responsabile.

È una gioia oggi vedere che nostra figlia ha riacquistato l’appetito e la voglia di giocare. 

Prima si stancava molto facilmente e interrompeva il gioco per sdraiarsi a riposare.

Ora sta diventando come tutti gli altri bambini: vivace, gioiosa, piena di energia, finalmente senza cateteri che erano necessari per la dialisi.

Potrà iniziare la scuola, spensierata come i suoi coetanei.

Il punto di vista medico, invece, è arrivato direttamente dal dottor Lorenzo D’Antiga, il quale ha confermato l’istantanea guarigione della bambina, dopo la convalescenza:

Gli organi donati hanno cominciato presto a lavorare normalmente.

Non era più attaccata a nessuna macchina, a nessun tubo, ha cominciato a correre in giro nel reparto contenta, libera. Un cambiamento molto repentino.

Fra noi la comunicazione non era verbale, ma i suoi gesti dicevano tutto della sua felicità.

È stato bello vederla rifiorire.

La piccola per i prossimi mesi resterà a Bergamo per i controlli, nelle case d’accoglienza delle nostre associazioni di volontariato, che sono fondamentali per tutti i pazienti che vengono da lontano, ma potrà condurre una vita regolare.

Anche il papà avrà una vita completamente normale.

Il suo fegato rigenererà la parte mancante e sappiamo che si può vivere normalmente con un rene solo, per cui non cambia niente.

La bambina dovrà continuare a stare sotto controllo per prevenire il rigetto e dovrà assumere i classici farmaci previsti per questo scopo.

Ma avendo ricevuto gli organi dallo stesso donatore, questi hanno un vantaggio immunologico: il rene viene “protetto” dal fegato dal punto di vista del rigetto.

Insomma, l’ospedale di Bergamo è stato lo scenario che ha sancito un legame già profondo. Ora, papà e figlia sono realmente uniti, da un organo. Ha concluso D’Antiga: È stato bello vedere un papà con la sua bambina in braccio e pensare che gli organi che una settimana erano nella pancia di uno ora erano nella pancia dell’altra“.

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