lunedì, Settembre 27, 2021

“Nella testa di una Jihadista”: l’inchiesta per conoscere i segreti dell’Isis

Marzo 2014: la giornalista francese Anna Erelle comincia ad indagare sotto copertura sui meccanismi di reclutamento dello Stato Islamico. Fingendosi una giovane occidentale convertita, verrà contattata via chat da un potente terrorista che le prometterà fama e ricchezza. Un rapporto consumato online che la porterà vicino al pericolo.

Melissa Matiddi
Esperta in comunicazione e digital marketing, studia lo yoga e le discipline orientali. Ama creare, leggere e viaggiare. Silenziosa ma rumorosa, è sempre pronta a varcare nuovi orizzonti.

Nella testa di una jihadista è un susseguirsi di eventi terribilmente reali. Pubblicato dalla giornalista francese Anna Erelle, si presenta come uno dei reportage giornalistici più crudi e sconcertanti degli ultimi anni.

Un po’ per passione per le inchieste, un po’ per forte interesse verso comportamenti altamente devianti, Erelle si ritrova ad indagare sul fenomeno che spinge le giovani donne a lasciare la propria famiglia d’origine e a raggiungere gli scenari di guerra in Siria.

“Nella testa di una Jihadista”: la storia di Erelle

"Nella testa di una Jihadista": la storia di Erelle

La storia di Erelle più che un racconto è una vera e propria impresa che in pochi mesi ha sconvolto duramente la vita della reporter. La giovane giornalista per investigare sul fenomeno dei giovani foreign fighters decide, sotto falso nome, di creare un account facebook col nome di Mèlanie e vestire i panni di una ventenne francese che vive a Tolosa. Viene immediatamente contattata dall’Emiro jihadista Abu Bilel, braccio destro del Califfo di Abu Bakr al-Baghdadi, che vive in Siria.

Inizialmente, Anna non presta molta attenzione ai messaggi di questo tale, anzi li ignora quasi infastidita. Poi, mossa dal proprio intuito, capisce di avere tra le mani una grande occasione per raccogliere materiale per il suo prossimo articolo. Si finge, quindi, giovane, ingenua e smarrita, insomma una ragazza insoddisfatta della propria vita e che trova certezze e rifugio nell’Islam.

Inizia la sua corrispondenza con l’Emiro che fin da subito e senza troppi giri di parole, racconta della sua vita divisa tra la guerra in Siria e in Iraq. Un’esistenza fatta di battaglie sanguinolente, carneficine e violenze inaudite perpetrate nei confronti degli occidentali ritenuti infedeli. Bilel, percependo la natura ingenua della ragazza, le propone fin dalle prime battute di trasferirsi nello Stato Islamico e di diventare sua moglie. Le promette tecnologia all’avanguardia, soldi, potere e fama.

La reporter, a questo punto, è costretta a mettere in atto un vero e proprio sdoppiamento di personalità tra Mèlodie e Anna. Mentre la prima cede ai continui corteggiamenti del 38enne che attraverso parole dolci e romantiche cerca di convincerla a partire nell’immediatezza, la seconda, con freddezza, raziocinio e disgusto evidenzia tutte le contraddizioni di un uomo accecato da una visione macabra della religione. Una personalità completamente scissa.

Parlava con fierezza di come dava la morte ai nemici, il mio lavoro è uccidere persone, un lavoro duro mica sono in un villaggio turistico, e immediatamente dopo mi faceva domande sul profumo che portavo e sulle marche presenti nei grandi magazzini. Un discorso doppio davvero ipocrita.

“Nella testa di una Jihadista”: l’adescamento di giovani europei

"Nella testa di una Jihadista": l'adescamento di giovani europei

Nella testa di una jihadista è una narrazione senza respiro: la giornalista descrive la crudeltà verso il prossimo che caratterizza lo Stato Islamico, l’indifferenza con cui si spinge questo programma di reclutamento di giovani vite e di indottrinamenti al martirio in nome di Allah. Viene fatta luce sul meccanismo di adescamento di giovani europei provenienti soprattutto da Francia e da Gran Bretagna, che decidono di mollare la famiglia biologica e di seguire questi fantomatici musulmani, dai quali anche il vero Islam si discosta.

Per comprendere ed esplorare meglio le ragioni che determinano queste partenze, Mèlodie si spinge oltre e decide di accettare la proposta di matrimonio del carnefice e di partire alla volta della Siria. Passerà però da Amsterdam e poi dalla Turchia per arrivare infine al confine dove salterà definitivamente la sua copertura. Verrà lanciata contro di lei una Fatwa, ovvero una condanna a morte per blasfemia, da Bilel in persona che recita le seguenti parole.

Essa è più impura di un cane, violentatela, lapidatela, finitela

Da questo momento in poi Anna è diventata nemica dello stato Islamico, costretta ancora oggi a vivere in piena segretezza e sotto scorta. Nella testa di una jihadista rappresenta una coraggiosa testimonianza per comprendere sia la mentalità delle aspiranti spose jihadiste sia le motivazioni dei giovani che scelgono sempre più spesso la violenza inaudita e fanatica del Califfato.

“Nella testa di una jihadista”: Come avviene il processo di reclutamento

"Nella testa di una jihadista": Come avviene il processo di reclutamento

Dall’attentato dell’11 settembre, seguito da quelli di Madrid del marzo 2004 fino a quelli di Londra 2005 , il terrorismo internazionale si è fatto spazio nella scena occidentale ed è diventato una vera e propria minaccia globale. Già a partire da inizio 2000, i paesi europei hanno iniziato la loro battaglia verso i jihadisti tradizionali e verso il radicalismo.

Per citare una definizione completa di radicalismo, adottiamo quella utilizzata dallo scrittore inglese Charles Allen.

È IL PROCESSO ATTRAVERSO IL QUALE SI ADOTTA UN SISTEMA DI VALORI ESTREMISTA, INCLUSA LA VOLONTà DI SUPPORTARE, USARE E FACILITARE LA VIOLENZA COME METODO PER IL CAMBIAMENTO SOCIALE

Dopo tale definizione è più semplice comprendere la ragione che spinge i giovani europei ad arruolarsi nelle file dello stato islamico. Alla base di questa scelta, esiste proprio una motivazione di tipo ideologico che spinge gli adolescenti a pensare che attraverso l’uso della violenza possano ottenere ogni forma di cambiamento. I reclutatori dello Stato Islamico fanno spesso leva sul carattere ideologico e nazionalista di tale adesione. Il più delle volte, infatti, puntano i loro bersagli promettendogli di far parte della causa jihadista, facendoli diventare degli eroi e premiandoli per il martirio commesso.

Molto spesso questi giovani abboccano poiché si trovano in un momento di confusione e di incertezza personale, causate da personalità fragile, assente senso di responsabilità, ricerca di ribellione e di identità e soprattutto riscatto dai problemi economici e sociali della famiglia d’origine. Insomma, si sentono esclusi e lontani dalla società in cui vivono.

Per di più, subentra un legame tra senso di realizzazione e avvicinamento alla radicalizzazione. Questi giovani subiscono un profondo disagio dovuto dall’incapacità di trovarsi un posto di lavoro oppure un percorso di studi idoneo. La propaganda jihadista vende la causa di premiarli per il lavoro compiuto, facendogli vedere solo il lato goliardico dell’impresa, omettendo, ovviamente, tutte le situazioni estreme e disumane in cui si troveranno.

Come abbiamo visto anche dal racconto della Erelle, Nella testa di una jihadista, la campagna proselitista di uno jihadista comincia dal web. Il primo contatto viene quasi sempre scambiato online sui social network per poi passare ad una comunicazione più “carnale” via Skype. La comunicazione tecnologica rappresenta il nodo cruciale nella propaganda di reclutamento. I ragazzi, pur non avendo grosse competenze, agiscono da dietro uno schermo e questo li rende forti e pronti ad abbracciare qualunque motivazione.

Bisogna certamente dire che questi fattori: crisi identitaria, frustrazione personale, derisione, aspettative mancate, marginalizzazione e discriminazione si sposano meravigliosamente con il fascino per la partenza, per le armi, per l’avventura e per la vittoria che il Califfato gli inculca.

Infatti, lo Stato Islamico riesce a vendere questa visione, indubbiamente alterata, della nuova vita che andranno a regalare a quei poveretti. Nella testa di una jihadista, possiamo notare come vengano descritti degli scenari del tutto surreali della Siria, viene fatto credere alle vittime che si ritroveranno in un luogo con ogni comfort.

Viene messa in atto una potente strategia comunicativa: si motivano i futuri combattenti o le aspiranti spose a cambiare radicalmente la propria vita allontanandosi definitivamente dalle famiglie d’origine, lasciandosi alle spalle tutto, bruciando documenti e sim telefoniche e ad avvicinarsi alla nuova famiglia del Califfato, fornendogli l’illusione di appartenere e di riconoscersi in un gruppo forte e coeso.

Combattere per la jihad diventa l’unico obiettivo di cui tener conto.

Leggi anche: Il terrorismo è tornato, Al Qaeda spietata contro la cristianità

Melissa Matiddi
Esperta in comunicazione e digital marketing, studia lo yoga e le discipline orientali. Ama creare, leggere e viaggiare. Silenziosa ma rumorosa, è sempre pronta a varcare nuovi orizzonti.

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