mercoledì, Settembre 23, 2020

Iniziare a lavorare solo dopo i 40 anni: è la nuova tesi dell’Università di Stanford

Valentina Cuppone
Valentina Cuppone
Valentina Cuppone, classe 1982. Caporedattore de Il Digitale. Formazione umanistica, una laurea in Lettere Moderne e una specializzazione in Comunicazione della cultura e dello spettacolo all’Università di Catania. Curiosa e appassionata di ogni cosa d’arte, si nutre di libri, mostre e spettacoli. Affascinata dal mondo della comunicazione web, il suo nuovo orizzonte di ricerca è l''innovazione.

Come organizzare i propri ritmi di vita? La risposta arriva dall’Università di Stanford. La psicologa Laura Carstensen, fondatrice dello Stanford Center on Longevity, propone una tesi in cui sostiene la possibilità di iniziare a lavorare in modo continuativo dopo i 40 anni. Come impiegare le decadi precedenti? Studiando, approfondendo la propria preparazione, facendo figli e accudendoli. Per trovare un’occupazione a tempo indeterminato abbiamo più tempo. Secondo la studiosa, così come si è allungata l’aspettativa di vita così si è dilatato il tempo per ottenere un’occupazione a tempo pieno. Fattibile o meno, lo studio dà lo spunto per ragionare su ciò che gli uomini, da sempre e per sempre, cercano, fiutando il suo odore ovunque lo si possa trovare. La felicità, o quanto meno, la possibilità di organizzare la vita nel modo più opportuno possibile. E il lavoro, dolenti o nolenti, è parte necessaria dell’esistenza.

Poco tempo, troppe cose: meglio rimandare

Quante volte ci siamo sentiti con il fiato sul collo, perennemente in corsa lungo una strada scandita da tanti traguardi. Lo studio, l’università, la ricerca di un lavoro, stabile se possibile, l’obiettivo di creare una famiglia, eventualmente una casa propria. Tutto concentrato nel giro degli –enti/-enta. Poi arrivano gli -anta. Ci si aspetta che a quell’età tanti obiettivi siano già stati raggiunti. Perché manca qualche ventennio (più o meno) per affrontare una condizione di ferie più o meno permanente. Ecco a voi la pensione! Stato in cui viviamo permettendo, ovviamente. Ma a volte, più di qualche, non va proprio così. Si corre disperatamente tra un traguardo e l’altro per poi accorgersi che abbiamo concentrato tutto nel corso di qualche decade. Ora uno studio, che arriva direttamente da Standford, ci dà un motivo per riflettere su questi cento metri che potrebbero diventare una maratona. Per la serie, chi va piano va sano e va lontano.

La ricerca della felicità

Per Aristotele il modo migliore per raggiungere la felicità è coltivare le virtù. Allenare le proprie qualità migliori per ottenere uno stile di vita gratificante. Trovare un modo per vivere meglio. Per altri, allontanarsi dalle forti passioni è la strada per cercare una vita appagante. Nietzsche sosteneva che lo stato di benessere fosse come una condizione di pigrizia. Essere felici significa provare quell’eterna adrenalina che ti dà la carica di superare le avversità e la creatività per formare modelli di vita alternativa. Secondo altri, la soddisfazione si raggiunge quando ciò che abbiamo desiderato coincide con ciò che abbiamo ottenuto. Per altri ancora, quello che rende appagati è la possibilità di sognare qualcosa. Insomma ottimistiche o pessimistiche, astratte o concrete, materialiste o spirituali, da sempre si è ragionato sull’attività principale che occupa la vita dell’uomo. Quella che richiede più energia. La ricerca della felicità. Difficile da definire. Appagamento, realizzazione, benessere, soddisfazione, serenità. Tutti sinonimi o quasi. Ma chiamatela come volete, in ogni caso ogni gesto umano, ogni azione che compiamo è sempre volta a trovare la possibilità di creare il nostro angolo comodo nel mondo. Leggi anche: Lavoro è ricerca della felicità: quello che ho imparato sul nomadismo digitale

Pianifica la tua vita al meglio: non rinunciare a nulla

Lo studio di Stanford parte dal presupposto che l’impostazione della vita e del lavoro sia oggi completamente sbagliata perché non tiene conto di altre esigenze oltre quelle lavorative. La frenesia dei nostri tempi ci costringe a concentrare tutto in alcune fasi della nostra vita per poi rallentare quando ancora siamo nel pieno delle forze. La società a cui si riferisce la ricerca è quella americana, in cui c’è un sistema economico e un’offerta lavorativa che permetterebbe, forse, l’assunzione di questo modello. Il centro sulla longevità fondato dalla Carstensen si pone come mission di accelerare e attuare scoperte scientifiche, progressi tecnologici, pratiche comportamentali e norme sociali in modo da rendere sane e soddisfacenti le vite, diciamo così, di lunga data. Secondo questo obiettivo, lo studio si propone quindi di avanzare una proposta che riveda i tempi delle persone. Una carriera più lenta per dare spazio alle altre esigenze e per ritardare il più possibile il momento della pensione. Perché la vita media si è allungata, la qualità è migliorata, e perché mandando a riposo sessantacinquenni ancora produttivi si potrebbero creare disagi economici e psicologici. Quello proposto è un nuovo modo di intendere il rapporto vita, intesa in tutte le sue componenti, e lavoro. Un’idea innovativa per ripensare la longevità e un nuovo modo per adeguare le istituzioni all’ambiente che giornalmente le persone oggi affrontano.

E l’Italia? Forse è il luogo ideale?

Anche nel nostro bel paese la vita media si è allungata. I progressi della medicina e della salute pubblica arrivano anche da noi! Ma il nostro mercato del lavoro è un “tantino” complesso e diversificato per poter accogliere a braccia aperte il modello della psicologa di Stanford. Nessuno mette in dubbio la sua validità, ma probabilmente, come in ogni cosa, bisognerebbe fare i conti con la realtà sociale ed economica peculiare di ogni singola realtà statale. Sicuramente tanti passi in avanti verso la possibilità di ottimizzare i tempi, sia nella sfera lavorativa che in quella privata, già sono stati fatti. Esistono misure di welfare che certamente andrebbero migliorate, adeguate ai tempi e osservate. Altre andrebbero inserite e andrebbe trovato un sistema per evitare che tanti furbetti possano approfittare di certe situazioni. Il famoso posto fisso ormai sembra un miraggio (e forse meno male!) perché i modelli lavorativi sono diventati più flessibili e destrutturati grazie al progresso tecnologico, al network, alle necessità di adeguarsi a un mondo che cambia velocemente e che propone sempre sfide nuove. I luoghi e i tempi di lavoro riescono ora a essere incastrati con esigenze familiari e di studio. Leggi anche: L’azienda del futuro è senza capo: ognuno è manager di se stesso Leggi anche: Viaggio nei migliori spazi in cui vorrai lavorare Sono cambiate anche le modalità di prestazione e nuovi mestieri si affacciano all’orizzonte. Ed è sorprendente vedere proprio come il Bel Paese possa essere la culla dell’innovazione, per sua natura resta il paese dove la qualità della vita è ai livelli più alti al mondo. E Ognuno di noi potenzialmente ha l’opportunità di escogitare il modo di scovare il suo elisir. Abbiamo la possibilità di reinventarci sempre e da capo ogni volta che questo si rendesse necessario. Probabilmente è faticoso e a volte può sembrare di non riuscire a scalarle queste montagne. Ma anche questo è il sale della vita.   di Valentina Cuppone

Valentina Cuppone
Valentina Cuppone
Valentina Cuppone, classe 1982. Caporedattore de Il Digitale. Formazione umanistica, una laurea in Lettere Moderne e una specializzazione in Comunicazione della cultura e dello spettacolo all’Università di Catania. Curiosa e appassionata di ogni cosa d’arte, si nutre di libri, mostre e spettacoli. Affascinata dal mondo della comunicazione web, il suo nuovo orizzonte di ricerca è l''innovazione.

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