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Ilva di Taranto: chiudere subito, rinascere in fretta

Tutti i motivi per cui è meglio salvare la città che la fabbrica.

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Indignazione. Ribellione. Sofferenza. Desiderio di rinascita.

Queste sono le parole più spesso ripetute dal popolo tarantino: che si parli di figli che giocano a pallone per le strade della Città Vecchia, madri che portano la spesa a casa nel Rione Tamburi o padri appena usciti dalla maledetta acciaieria. È proprio quella fabbrica il motivo per cui spesso si sente parlare di Taranto, una città che è stata oscurata dalle alte e grigie colonne di fumo sin dagli anni sessanta.

In una superficie complessiva di oltre 15 milioni di metri quadrati il fulcro della produzione sono i cinque altoforni, ognuno alto più di 40 metri con un diametro tra 10 e i 15 metri. Questi sono solo alcuni numeri relativi all’Ilva di Taranto, il ‘mostro’ che, fin dalla sua nascita, ha creato una sorta di paradosso nei sentimenti dei cittadini: da un lato estrema riconoscenza per l’incredibile profitto e gli innumerevoli posti di lavoro forniti, dall’altro tante – troppe – conseguenze negative per la qualità della vita e per il futuro della città stessa.

I tarantini sono più forti delle difficoltà

Lo scenario dell’Ilva di Taranto.

Se n’è parlato a lungo, molte frasi ad effetto pronunciate da politici di vari partiti, da giornalisti su giornali e telegiornali, dall’opinione pubblica in generale. Utili o inutili le lotte e le proteste dei cittadini, o forse non è del tutto vero? Chiudere o non chiudere, alla fine che importa? È giusto scegliere fra il lavoro e la vita? Tante domande, una sola realtà: i tarantini resistono alle delusioni e alle porte in faccia, continuando sempre a credere di poter un giorno risolvere la situazione.

Non saranno di certo le poche – anche se pesanti – righe dell’intervista, rilasciata al quotidiano La Stampa, del ministro dell’Agricoltura e del Turismo Gian Marco Centinaio a fermare quello che molti tarantini chiedono da anni con forza. Il ministro della Lega afferma: “Io non andrei a passare le mie vacanze lì, a meno che non farne una grande Eurodisney, ma servirebbero una quantità di fondi privati. In Italia ci sono decine di località da valorizzare e io vorrei concentrare lì le risorse per la valorizzazione”.

Così Centinaio chiude semplicemente la porta al sogno della riconversione del territorio industrializzato. Una dichiarazione che sminuisce la difficile ricostruzione del brand Taranto, attualmente in corso grazie ad operatori culturali e decine di associazioni che non negano i problemi ma fiduciose, lavorano con fatica a possibili risoluzioni. Queste sue parole di certo non fermeranno il desiderio di rinascita, ormai inciso nel Dna di ogni cittadino, insofferente ai danni dell’impresa.

Malcontento che dovrebbe estendersi a tutti gli italiani, da nord a sud, per le importanti conseguenze soprattutto a livello ambientale. Ricordiamo infatti che l’Ilva di Taranto, acciaieria più grande d’Europa, dal 2014 secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) risulta nella top 30 degli impianti Ue più inquinanti.

Sei di Taranto se…

Sei di Taranto se, affacciandoti dal Ponte Girevole, guardi il lungomare, il castello Aragonese, Città Vecchia, il Mar Piccolo e pensi che in realtà c’è tanto altro oltre quelle strisce rosse e bianche delle ciminiere in lontananza. Nonostante l’Ilva sia un’immagine nitida che si estende a perdita d’occhio oltre il porto, il tarantino vero ammette a malincuore la presenza del gigante e spera un giorno di vincere come Davide contro il suo Golia.

Siamo tutti d’accordo nel dire che cercando Taranto su Google la keyword porta alla luce quasi sempre notizie legate all’Ilva. Ma c’è tanto oltre la cokeria e il laminatoio a caldo e a freddo, oltre le nubi tossiche e la cultura dell’acciaio. Parliamo anche:

  • Del meraviglioso mare, con scogliere e spiagge fra le più belle in Puglia
  • del museo MarTa, che conserva alcuni tra i più importanti reperti della Magna Grecia
  • del Castello Aragonese, ultimato da re Ferdinando d’Aragona nel 1492 e una delle principali attrazioni turistiche della città
  • le tante chiese, di ogni epoca e ogni stile. Non solo la chiesa di San Cataldo, la cattedrale più antica di Puglia, ma anche San Domenico che ospita il rito del giovedì santo e poi la concattedrale Gran Madre di Dio progettata dall’architetto Giò Ponti
  • della bellezza dei tramonti, che regalano ogni giorno scenari unici e intensi. C’è addirittura una zona chiamata Tramontone proprio a sottolineare lo spettacolo che è possibile ammirare in quel particolare luogo
  • della qualità elevatissima delle materie prime agroalimentari dal vino, tra Doc e Igt, all’olio extravergine, dagli agrumi ai formaggi, dalla carne ai prodotti ittici. Oltre alla cucina, molto ricca e completa
  • infine la capacità di accoglienza delle persone: infatti nella città dei Due Mari anche la solidarietà verso i migranti non è mai mancata.

Perché ora è il momento di chiudere l’azienda ‘mostro’

Chiudere deve diventare subito realtà per tanti motivi. Per semplificare una situazione molto complessa, senza sminuire l’argomento, ecco un utile listing:

  1. Salute – Le ultime novità in fatto di salute le abbiamo grazie ad un report conoscitivo sulla situazione tarantina, approvato dalle autorità ambientali e sanitarie locali, ed effettuato da una delegazione della Commissione per le petizioni (PETI) per incontrare i vertici dell’Ilva e dell’Eni e visitare gli impianti. La commissione afferma inoltre «come una molteplicità di studi epidemiologici hanno rilevato, che gravissime patologie tumorali, cardiovascolari e respiratorie sono in termini percentuali sensibilmente superiori nell’area di Taranto rispetto al resto della Regione e che l’insorgenza di tali patologie è direttamente riconducibile alla specificità dell’attività industriale Ilva».
  2. Inquinamento – La qualità dell’aria è forse il problema più discusso negli ultimi quattro anni, soprattutto per le estreme conseguenze provocate alla salute dei cittadini. Tutti hanno sentito parlare di ‘Wind Day’ tarantini, giorni in cui il vento che solleva e trasporta le polveri minerali provenienti dal parco materie prime della fabbrica, non consente di tenere le finestre aperte e quindi di areare gli ambienti in alcuni quartieri della città. Tutti sanno che significa per una madre perdere i figli a lavoro per le scarse condizioni di sicurezza presenti in fabbrica o il dolore di veder ammalarsi gli stessi figli a causa di quel maledetto vento. Se questa continua ad essere una realtà che si ripete giorno dopo giorno in città, i recenti dati raccolti da Arpa Puglia disegnano un quadro diverso da quello descritto. La relazione sembra rassicurante: infatti si evidenziano che «le misure delle concentrazioni ambientali dei contaminanti di interesse per il rischio inalatorio non superano per gli anni considerati 2013, 2014-2015 e 2016, i livelli fissati dalle norme». Probabilmente nonostante i dati siano positivi, o meglio ‘nella norma’, Taranto avrà bisogno di molto più tempo per tornare a respirare a pieni polmoni.
  3. Nuove Generazioni – I giovani tarantini sono spesso in fuga dalla città. Pochi temerari rimangono e continuano a lottare per un futuro migliore, tanti altri però fuggono dal ‘mostro’. Chi ci ha vissuto l’ha paragonato ad un parassita, un essere che si insinua nell’organismo per sfruttarlo fino a svuotarlo completamente. Non è poi un paragone tanto surreale, vedendo l’età media degli abitanti, l’elevato tasso di tumori e i tanti giovani ‘cervelli in fuga’ una volta terminata la maturità.
  4. City Brand – La reputazione della città è ovviamente compromessa dalla presenza dell’acciaieria. I dati sull’inquinamento, le notizie negative legate alla città e il malessere di chi vive la bella Taranto non invogliano lo straniero a passare da lì nel suo ipotetico tour estivo della Puglia. La città pur avendo tanti punti a favore non sa ‘vendersi’ al pubblico: è da questa criticità che si dovrebbe ripartire per migliorare la politica tarantina.
  5. Turismo – Dopo aver elencato tutti i pregi della città serve davvero che spieghi perché venire a Taranto? Qualcosa su cui è importante riflettere invece sono le tante potenzialità di una Taranto senza Ilva. Parliamo di una città che tornerebbe, anche se con notevoli sacrifici, a camminare a testa alta puntando su terra, mare e turismo.

di Federica Tuseo

 

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